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La “via pulchritudinis” da Pio XII a Benedetto XVI

“Papa Benedetto XVI come Pio XII, amante delle arti e lungimirante nei riguardi delle nuove tecnologie del tempo”. Lo scrive nel suo nuovo libro il vaticanista Alessandro Notarnicola che in occasione del novantesimo compleanno di Joseph Ratzinger assieme a monsignor Jean-Marie Gervais, prefetto coadiutore del Capitolo Vaticano e membro della Penitenzieria Apostolica, ha desiderato omaggiare il Papa Emerito con una meditata raccolta di sue dissertazioni sulla via pulchritudinis intitolata Benedetto XVI. L’arte è una porta verso l’infinito. Teologia Estetica per un Nuovo Rinascimento (edito da Fabrizio Fabbri Editore e Ars Illuminandi, 2017).

266874866_b4e2720b83_oNel volume, arricchito di dieci tavole inedite dell’artista umbro Bruno Ceccobelli e dal commento critico del professor Mariano Apa, i curatori aprono un lungo excursus sulle relazioni che nei secoli si sono create tra i Papi e gli artisti. In particolare, si legge nel testo, “da Pio XII a Papa Francesco tutti hanno cercato di recuperare quella relazione tra arte e sacro che nei secoli aveva perso le sue tinte originali. Se un tempo il Successore del Principe degli Apostoli era il primo mecenate, il primo sostenitore dell’arte, dopo, con lo scorrere degli anni, la Chiesa ha messo da parte l’iconografia vivendo e rivestendosi delle grandi opere del passato”.

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Un convegno a Roma il 2 marzo

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Come da tradizione, il Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII ha inteso onorare la memoria di questo Venerato Pontefice nel giorno del suo genetliaco e della elezione al Soglio di Pietro con una iniziativa volta ad illustrare la sua multiforme e straordinaria opera di bene nel tragico periodo bellico e in quello successivo, che non fu comunque privo di difficoltà.
Nell’uno e nell’altro rifulsero le sue virtù umane e cristiane, le sue straordinarie doti pastorali, il suo chiaro ingegno, ma soprattutto il suo gran cuore, nel quale una costante unione con Dio alimentava la fiamma della carità.

L’appuntamento si è celebrato giovedì 2 marzo 2017, alle ore 17.00 presso la “Sala dei Papi”, adiacente al Convento dei Padri Domenicani in Santa Maria sopra Minerva (Piazza di Santa Maria sopra Minerva, 42 – Roma), ove si è tenuto il Convegno dal titolo:

“Pio XII: la leggenda nera sta per finire.
Nuove testimonianze e approfondimenti”

Dopo i saluti iniziali del Priore della Comunità Domenicana, Padre Riccardo Lufrani O.P., e l’introduzione ai lavori dell’Avv. Emilio Artiglieri, Presidente del Comitato Pacelli, è intervenuta la testimonianza di Donna Anita Garibaldi, pronipote di Giuseppe Garibaldi, la quale ha potuto riferire notizie interessanti, e finora poco note, circa la collaborazione del padre Ezio con il Papa, nell’opera di salvezza degli ebrei e dei perseguitati politici.

Il Diacono Domenico Oversteyns, della Famiglia dell’Opera, ha poi illustrato i dati delle sue ultime ricerche e documenti inediti circa gli ebrei rifugiati nei conventi dell’Urbe, con una relazione dal titolo: “Lo stato ad oggi della ricerca storica sull’attività di Pio XII a favore degli Ebrei a Roma”. Qui è possibile accedere a tutta la documentazione, al momento la più completa on line sul tema.

Il Prof. Livio Spinelli, Segretario di Suor Margherita Marchione, ha poi presentato un progetto editoriale per una pubblicazione che raccolga gli ultimi studi della stessa Suor Margherita, dal titolo assai significativo: “La mia ultima crociata”.

Il Prof. Giulio Alfano, della Pontificia Università Lateranense, infine, ha parlato del concetto di democrazia nel magistero di Pio XII, partendo dal Radiomessaggio del 1942 al Codice di Camaldoli (luglio 1943).

Moderatore dell’incontro è stato il Dott. Andrea Acali, del Quotidiano Internazionale on-line In Terris, su cui nei giorni scorsi è apparsa una fedele cronaca dell’evento.

Parallelamente al Convegno, a cura del Dott. Giovanni Cipriani, del Centro di Promozione del Libro è stata aperta una mostra con immagini e giornali dell’epoca, relativi all’inizio del Pontificato di Papa Pacelli.

Al termine, i partecipanti all’evento si sono recati nella Basilica di Santa Maria Minerva per un momento di preghiera di fronte all’immagine ivi collocata.

Scarica la locandina dell’evento

Il presepe del Papa

Presepe Appartamento Pio XII - Archivio FSO - clicca per ingrandire

Presepe Appartamento Pio XII – Archivio FSO clicca per ingrandire

“Nel contemplare il presepe la grazia più ovvia che ci verrà donata sarà la voglia di essere buoni”: lo suggerisce Papa Francesco, alla soglia del Natale. E davvero la contemplazione della scena del presepe – in casa, nelle chiese parrocchiali, nei luoghi di aggregazione – in un certo senso “fa” il Natale. Forse poche “invenzioni umane” aiutano così tanto lo spirito, sempre distratto, a concentrarsi sul mistero della fede. Non è un caso che questa “invenzione” sia riferibile ad un Santo, ovvero ad un innamorato di Dio, tanto innamorato da non volersene in alcun modo distrarre. E neanche è un caso che la vita di ogni santo – e di milioni e milioni di cristiani, non necessariamente canonizzati – sia passata per momenti di sosta (orante, a volte poetica) dinanzi al presepe. Continua a leggere

O Vergine bella come la luna…

Nel corso del Suo pontificato, Papa Pio XII cominciò l’uso di inviare, ogni 8 dicembre, omaggi floreali alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, Roma, benedetta l’8 settembre 1857 dal Beato Pio IX; e l’8 dicembre 1953, si recò di persona ad omaggiarla, per inaugurare l’Anno Mariano. La consuetudine di visitare la statua, e poi far sosta a Santa Maria Maggiore, fu continuata da Giovanni XXIII (1958), ed è stata dai suoi successori fedelmente conservata.
Pubblichiamo di seguito, mentre con la Novena ci prepariamo a questa Solennità tanto cara al popolo dei fedeli, il testo di una preghiera alla Vergine Maria, composta da Pio XII il 17 gennaio 1956, cui è annesso il dono dell’indulgenza parziale. Continua a leggere

«Come l’arca di Noè»

Emilio Bonomelli | 21 ott 2016 | L’Osservatore Romano

Tra il 1943 e il 1944 la carità di Pio XII spalancò le porte di Castel Gandolfo a migliaia di profughi

SFOLLATI A CASTEL GANDOLFO - Febbraio 1944 (3).jpgLa guerra, stagnante da mesi sul fronte del Garigliano, sembrava ancora tanto lontana. Nulla riusciva a scuotere quel clima di torpida attesa. Il coprifuoco, le coscrizioni e i bandi che si succedevano in città, restavano qui pressoché ignorati.

Nella notte di Natale [del 1943] tutto il personale della villa pontificia s’era raccolto, come in una sola famiglia, con le guardie palatine, per la Messa celebrata dal venerando padre Stein, direttore della Specola, in un salone di palazzo Barberini. Ben pochi, fra i presenti, sapevano che, in quella stessa ora, un’altra Messa si stava celebrando a un breve tratto di strada, nella villa di Propaganda Fide, per un gruppo di rifugiati politici a cui s’erano aggiunte alcune famiglie di ebrei; che avevano anch’esse trovato un segreto asilo in quella grande casa, apparentemente deserta e unita ormai alla residenza pontificia, sotto la protezione degli stessi cartelli bilingui.

Il 22 gennaio 1944, sul far del giorno, si poté contemplare dall’alto del Belvedere, lo spettacolo del mare di Anzio, terso e lucente come non s’era mai visto, che formicolava di navi d’ogni grandezza. E da qui, per telefono, la notizia dello sbarco degli alleati giunse al Vaticano. [...]

Ma ben presto il panico investe gli animi. Le razzie, i bandi e gli arbitri di ogni sorta spargono il terrore. Dopo aver messo in salvo gli averi, le famiglie chiedono in massa un rifugio. Mentre sul portone del palazzo apostolico si affollano gli abitanti di Castel Gandolfo, all’estremità opposta della villa, dagli ingressi della fattoria, affluiscono quelli di Albano e dei paesi vicini.
Ben fortunati i castellani anche in questo privilegio: il Papa riserva a loro la sua dimora. Essi vi possono disporre, con la comodità consentita dalle circostanze, i propri alloggi. Divisione dei sessi, interi parentadi riuniti in otto o dieci per stanza, ma con acqua corrente, illuminazione, gabinetti di decenza: tutto quello che può offrire una residenza pontificia.

Dopo parecchi secoli il palazzo papale è ridiventato la rocca del castello, entro la quale il popolo si raccoglie e si prepara a un assedio, che nessuno può ora prevedere quanto sarà lungo e periglioso.
Quelli di Albano e della campagna circostante devono invece accontentarsi degli altri edifici della villa, delle costruzioni della fattoria, e delle varie dipendenze di essa. Ad assorbire una siffatta moltitudine, in cerca affannosa di un tetto, ben si presta la immensa villa di Propaganda Fide, separata soltanto da un basso muro da quella papale, a cui ora la collega un passaggio di fortuna, facendo un corpo solo con essa. E, a

Propaganda, poterono stiparsi, come fu rivelato poi da un censimento, non meno di 3500 persone, tra cui intere comunità religiose.

Castel Gandolfo, Francesco e la beatificazione di Pacelli

Bertello: l’Appartamento vaticano museo? Lasciamo cantare le passere

Alessandro Notarnicola | 22 ott 2016 | farodiroma.it
Pio XII nella Cappella della residenza estiva di Castel Gandolfo

Papa Pio XII nella Cappella della Madonna di Czestochowa, nella residenza estiva di Castel Gandolfo

Che a Papa Francesco non piacciano i palazzi è ormai ben chiaro a tutti, lo ha dimostrato il giorno della sua elezione quando ha lasciato le sue poche cose a Casa Santa Marta non permettendo che venissero aperte neppure le persiane dell’appartamento del Palazzo Apostolico in Vaticano troppo grande, dispersivo e solitario per i suoi gusti. Dalla scelta della piccola e modesta stanza di Santa Marta a restare in Vaticano per tutta l’estate è stato un attimo, difatti dal 13 marzo 2013 Bergoglio non si è recato in villeggiatura neppure una volta alla residenza estiva dei Papi di Castel Gandolfo se non per andare a far visita al suo Predecessore Benedetto XVI ritiratosi lì il 28 febbraio 2013 prima di trasferirsi definitivamente nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano.

Ci sono voluti tre anni ma la decisione è arrivata senza tardare poi così tanto. Nel piano della spending review bergogliana è stato infatti introdotto anche il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo che da oggi è ufficialmente aperto al pubblico. Dopo i Giardini di Villa Barberini e la Galleria dei Ritratti dei Pontefici, per la prima volta nella storia i più curiosi potranno visitare le segrete – nonché intime – stanze dell’Appartamento pontificio in un percorso ideato e gestito dai Musei Vaticani e fortemente voluto dagli abitanti della piccola cittadina che ai papi deve tutto il su fermento commerciale, economico e turistico.

Ma se Francesco decidesse di cambiare le cose persino in Vaticano? Se anche il Palazzo Apostolico venisse aperto al grande pubblico entrando a far parte degli alettanti e non tanto costosi pacchetti turistici dei Musei Vaticani? Se la sua Chiesa in uscita fosse anche questo?

Si è ironizzato molto sulla stampa in questi giorni su questa possibilissima eventualità ma il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dei rappresentanti delle istituzioni locali, interpellato dal FarodiRoma, ha risposto: “lasciamo cantare le passere, questa decisione del Santo Padre ha ben altri significati, molto più storici”.

Sì, ma quali Eminenza?

Papa Pio XII passeggia nei giardini della residenza estiva di Castel Gandolfo

Papa Pio XII passeggia nei giardini della residenza estiva di Castel Gandolfo

Papa Francesco ha avuto questo perché la gente possa visitare laddove i Pontefici passavano la loro vita quotidiana durante l’estate, è questo il significato primo, vedere la modestia dell’appartamento dove non si trovano cose molto lussuose. Poi, ritengo che il desiderio del Santo Padre sia di far conoscere alla gente anche dove Pio XII ha ospitato tanti rifugiati durante le guerra portando in salvo tante persone, prime le famiglie di ebrei perseguitati.

Questo si inserisce nel tormentato processo di beatificazione di Pacelli?

Ma certamente, non ho dubbi. A Castel Gandolfo furono migliaia gli ebrei e i civili a essere tratti in salvo in queste stanze, in questi atri, in questi spazi, ma anche a Roma quanti ne ha salvati? Porto l’esempio tipico: io sono stato Nunzio Apostolico in Italia e ho vissuto nella sede della Nunziatura italiana che negli anni passati era di proprietà di una famiglia ebrea che nel corso delle persecuzioni e del secondo conflitto mondiale è stata protetta dalla Chiesa e per gratitudine, in seguito alla Liberazione, decise di donare la sua proprietà al Vaticano e al Santo Padre che l’ha destinata alla Nunziatura. Inoltre, non meno importante risulta l’aneddoto della camera da letto del Papa che tra il 1942 e il 1944 fu più volte trasformata in una sala parto dove in quei mesi nacquero circa 50 bambini e molti di loro furono battezzati con il nome Eugenio come segno di riconoscenza delle famiglie verso il Papa.

Importanza solo storica o anche economica per Castel Gandolfo?

Beh, certamente, mi auguro di cuore che il desiderio del Papa risollevi l’economia di questa cittadina storica. Lo spero perché la gente che verrà qui si fermerà e sarà invogliata a vedere la bellezza di Castel Gandolfo ripercorrendo la storia e gli aneddoti che la uniscono irrimediabilmente alla storia dei Papi.

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Pio XII e la Madonna Nera

Un particolare dell'icona della Vergine Nera di Częstochowa; i segni sul volto sono quelli dei colpi d'ascia degli Ussiti, nel 1430.

Un particolare dell’icona della Vergine Nera di Częstochowa; i segni sul volto sono quelli dei colpi d’ascia degli Ussiti, nel 1430.

La Madonna è «una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione». Lo ha ricordato il Papa, nel suo viaggio in Polonia per la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, nell’omelia al Santuario di Częstochowa. E proprio quella Vergine, venerata da secoli nel cuore della Polonia, con il suo sguardo dolcissimo dà concretezza a questa cura materna.

L’icona della Madonna Nera è legata con un filo speciale ai Papi del Novecento; non solo a Giovanni Paolo II – almeno a partire da Papa Pio XI. Fu lui, infatti, – che in Polonia era stato Nunzio Apostolico – a volere una riproduzione di quella venerata immagine nella cappella della residenza papale di Castel Gandolfo, nei lavori di ristrutturazione che si conclusero nel 1938. Da allora, la Madonna bruna Regina della Polonia ha raccolto la preghiera del Vicario di Cristo, soprattutto nei momenti di distensione dal lavoro romano – tra le pareti della cappella che raffigurano, con le belle pitture di Rosen di Leopoli, la resistenza di Czestochowa nel 1655 contro gli svedesi e la vittoria contro i bolscevichi nel 1920.

E, dei Papi della seconda metà del Novecento, chi ha “goduto” di più di Castel Gandolfo è stato senz’altro Eugenio Pacelli. Pio XII amava molto quella residenza, e vi “fuggiva” appena poteva, soprattutto nei mesi da aprile ad ottobre, quando a Roma il sole è (o almeno era fino a qualche

Pio XII in preghiera nella Cappella di Castel Gandolfo; sull'altare, una riproduzione della Madonna di Częstochowa; sulle pareti, dipinti della resistenza polacca.

Pio XII in preghiera nella Cappella di Castel Gandolfo; sull’altare, una riproduzione della Madonna di Częstochowa; sulle pareti, dipinti della resistenza polacca, commissionati da Papa Pio XI.

tempo fa) splendidamente forte. Amava così tanto quella villa sul Lago di Albano che quando decise di rinunciarvi, per tutti gli anni della guerra, per non sentirsi diverso dai tanti figli che le vacanze non potevano permettersele, non si trattò sul serio di una rinuncia da poco.

Nella cappella di quella villa, dunque, Pio XII trascorse tanta parte della sua preghiera; tanto che sono davvero poche le foto del Papa in preghiera privata nella cappella del Palazzo Apostolico, ma ve ne sono invece molte di lui inginocchiato davanti alla Madonna Nera nella villa estiva. E proprio l’ultima foto “ufficiale” del Papa, poche settimane prima di morire, lo ritrae su quell’inginocchiatoio, con gli occhi fissi al volto della Madonna di Częstochowa, a Castel Gandolfo, dove morì, nell’ottobre del 1958. Continua a leggere

Elie Wiesel, Pio XII, Papa Francesco. Quando il silenzio nasce dalla parola

di Alessandro Notarnicola • @Alessandro_news

Schermata 2016-07-29 alle 13.43.48Tre personalità diverse eppure accomunate da una stessa scelta: restare in silenzio davanti alle atrocità commesse dall’uomo verso l’altro uomo, forse perché aggiungere parole ad altre parole rischierebbe l’ottenimento di un effetto non voluto, banalizzare la storia. Quando padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ha dichiarato che Papa Francesco ad Auschwitz e Birkenau non avrebbe pronunciato neppure una preghiera a voce alta, i media si sono chiesti la ragione per cui Bergoglio, il Papa della comunicazione, avesse scelto il silenzio a un grido di denuncia, di orrore e di misericordia verso coloro che ieri e oggi “fanno la guerra perché hanno perduto la pace”. Il Papa incurante delle critiche e degli interrogativi, che probabilmente gli saranno rivolti dai giornalisti sul volo di ritorno da Cracovia, con il suo silenzio di rispetto verso le vittime della Shoah e che contempla i morti del terrorismo odierno, ha voluto mostrare al mondo che non necessariamente il Vicario di Cristo in terra deve esprimersi con le parole per dire la sua. I papi non sempre parlano, ma ciò non significa che non intervengono.

Dal silenzio di Bergoglio alle tante, moltissime, parole non dette da Papa Pacelli, il Pontefice che ha vissuto la tempesta dei due conflitti mondiali, il primo in veste di Sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari e il secondo come Successore di Pietro, per decenni posto al centro di una querelle che di fatto rallenta il processo della causa di canonizzazione. Alcuni storici ritengono che i silenzi pacelliani siano stati più eloquenti e fruttuosi di quanto si possa credere: ed è infatti un dato chiaro e per niente discutibile il numero di persone che la Chiesa cattolica ha portato in salvo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 del XX secolo. Solo nella città di Roma all’incirca 10.000-12.000 sopravvissero nascondendosi in chiese e stabili di proprietà della Santa Sede, Vaticano compreso. Allora ci domandiamo: questo dato è un silenzio o una parola?
A volte il silenzio è più fruttuoso della parola, lo ricorda anche Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2012. Gesù tacque sulla Croce, perché i papi non possono tacere? Continua a leggere

«Quella notte del 1944». Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII.

di Antonio Nogara | ® L’Osservatore Romano, 6.07.2016

Tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014)— figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 fino alla morte nel 1954, e di Maria Albani, insegnante e traduttrice — il cugino Bernardino Osio ha ritrovato uno scritto inedito datato 11 marzo 2013. Il testo, che pubblichiamo per intero con lievi ritocchi formali, aggiunge un’importante testimonianza di prima mano sul progettato sequestro di Pio XII da parte dei nazisti durante il terribile inverno dell’occupazione di Roma.

19285_19285Nella Roma “città aperta” del 1943 e 1944 il linguaggio corrente annoverava, con molta frequenza, le parole allontanarsi, eclissarsi, imbucarsi, nascondersi, scappare, scomparire, con riferimento alle persone, e celare, mascherare, mimetizzare, occultare, rispetto alle cose; parole tutte in contrapposizione ad arresti, deportazioni, razzie, retate, requisizioni, sequestri, termini rivelatori dell’allora travagliata situazione.

Pur con l’afflusso di profughi in cerca di assistenza e rifugio, la sovrappopolata Urbe appariva quasi deserta. Pressoché totalmente aboliti passeggi, ricevimenti, intrattenimenti in genere; le “sortite”, talvolta ai limiti dell’avventura, erano destinate alla ricerca dello stretto necessario da reperire il più possibile vicino, percorrendo preferibilmente vicoli, stradine, piazzette ove contiguità di negozi, portoni e svincoli offrivano maggiori possibilità di occultarsi o vie di fuga.

A sera tutti a casa, intorno a gracchianti radio, di limitate e disturbate ricezioni, col volume al minimo, in cerca di informazioni, o impegnati, con familiari e condomini, in prolungate partite a briscola, scopa e giochi simili, ma sempre con le orecchie tese ad avvertire il pericolo incombente nel rumore sospetto del passo cadenzato di una ronda, un secco comando militare, il rumore di un veicolo, uno sparo… Continua a leggere

«Anche se crollasse San Pietro»

Schermata 2016-06-13 alle 13.03.52Pubblichiamo di seguito il testo dell’introduzione di P. Marc Lindeijer, Vicepostulatore della causa, al Discorso su Il sacro destino di Roma, pronunciato dal Cardinal Pacelli nel 1936. La presentazione si è tenuta a Roma, presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella, il 13 giugno 2016, nel corso della celebrazione «Alle radici della vita sacerdotale di Pio XII» organizzata dal Comitato Papa Pacelli.

È stato il prima papa moderno, Pio XII, Pontefice delle masse e dei mass media. Ma è stato anche – almeno per il momento – l’ultimo vescovo romano di Roma. Riconosciuto subito come tale quando fu eletto: già al nome “Eugenio” la folla in Piazza San Pietro scoppiò in liete grida per dare il benvenuto a Papa Pacelli. La stessa partecipazione ci fu quando, quasi vent’anni dopo, morì. Fanno ancora commovente impressione i filmati del suo corteo funebre che scorreva lungo e lento nelle vespertine strade di Roma.

“Nostra città natale ed episcopale”, così Pio XII chiamò Roma davanti a 7.000 giovani degli istituti medi superiori della città, ricevuti in udienza il 30 gennaio 1949: “Nostra città natale ed episcopale, a Noi quindi doppiamente unita”, disse il Papa ai ragazzi che l’avevano salutato con grande entusiasmo, “in un crescendo di filiale esultanza ed affetto”, secondo la cronaca. Essi avevano, disse il Papa, “un duplice titolo … alla Nostra accoglienza cordialmente paterna”. Questo duplice titolo valeva infatti per tutti i romani. Basti vedere il numero di udienze concesse alle loro rappresentanze, basti vedere quanto spesso papa Pacelli parlasse di Roma per capire come la città gli fosse carissima. Nello stesso mese, il primo gennaio 1949, accogliendo in udienza il sindaco Rebecchini e gli assessori, il Papa lodò il loro lavoro di ricostruzione della città, ancora segnata dalla guerra, e di progressivo ritorno ad una normale vita, lavoro ispirato “alle millenarie e gloriose tradizioni religiose e civili dell’Urbe”. Vide un chiaro legame tra l’opera sociale, già propagata dall’imperatore Marco Aurelio, e l’amore vicendevole comandato da Gesù Cristo. “Possa questo amore”, augurò al sindaco di Roma il suo vescovo, “questo amore, che semina il bene e lo dispensa nella serena letizia del cuore, unire con indissolubili vincoli tutti i figli di Roma, gli amministratori e gli amministrati, quelli che danno e quelli che ricevono, avvicinandoli tutti a Dio!”.

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