Card. Piacenza: “Imploriamo la Madonna per la beatificazione di Pio XII”

da Zenit. Il mondo visto da Roma | 14 giugno 2016

“In quel tempo di prove terribili, che è stato il secolo scorso”, il Signore ha voluto donarci “un grande operaio per la Sua messe” nel Venerabile Pio XII. Lo ha detto, nell’omelia pronunciata ieri presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella, il card. Mauro Piacenza, penitenziere maggiore presso il Tribunale della Penitenzieria Apostolica.

Il porporato ha celebrato la Messa a seguito di un evento dedicato a Pio XII nella chiesa in cui Eugenio Pacelli fu giovane sacerdote. Ancora oggi è ben visibile il suo confessionale, su cui è stata apposta una piccola targa che lo ricorda. L’iniziativa, promossa dal Comitato Papa Pacelli, pope-pius-xiiha visto, dopo il saluto del Padre Preposito dell’Oratorio di Roma, padre Rocco Camillò, un intervento di padre Marc Lindeijer, Vicepostulatore della causa di beatificazione di Pio XII.

“In questa chiesa della Vallicella – ha spiegato il card. Piacenza – il giovane Eugenio, con i suoi coetanei, partecipava ai servizi di Culto e diventò molto presto Prefetto delle Cerimonie, grazie alla intensa pietà, alla diligenza e alla precisione, con cui compiva i gesti propri della Liturgia, annuncio e profezia della sacerdotale dignità, con la quale ha esercitato il supremo ministero apostolico, annientando completamente il proprio io, la propria personalità, per identificarsi totalmente con il compito ricevuto da Dio”.

Compito che svolgeva con zelo nel Confessionale. È qui – ha sottolineato Piacenza – che “tutta la sua sapienza e la sua stessa profonda e vastissima preparazione, unite alla sua esperienza ascetica, si trasformavano, plasmate dalla carità pastorale, in autentico abbraccio paterno, capace di diventare profondo e attento discernimento, mai cedevole allo scrupolo e avente, come unico orizzonte, il bene integrale della persona, non limitato all’orizzonte terreno, ma capace di mostrare e di trasmettere quello sguardo soprannaturale, che solo i santi sanno vivere e di cui oggi la pastorale ha davvero struggente bisogno”.

Il card. Piacenza si è poi soffermato sull’amore di Pio XII nei confronti di Roma, per la quale “era pronto a dare la vita”. Ha ricordato il penitenziere maggiore che “quando la città fu occupata e gli fu consigliato caldamente di mettersi in salvo, lasciando l’Urbe, fu sempre decisa e immutata la sua risposta: ‘Non lascerò mai Roma e il mio posto, anche se dovessi morire’.

“Roma, tuttavia, non significò mai, per Pio XII, semplicemente una città, ma ‘la’ città, l’Urbe dai sacri destini, Roma era per lui sinonimo di cattolicità, di universalità, ben consapevole che il compito del Vescovo di Roma è principalmente – e con esso coincide – quello di Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica”.

“Potremmo chiederci da dove scaturisce tanta grandezza, da dove emerge una così poderosa capacità di incidere nella storia, nella Chiesa, nel corpo sociale e nella pietà dei fedeli”, soggiunge il card. Piacenza. Che prosegue: “Certamente da una straordinaria intelligenza e preparazione, ma non di meno dalla sua vita spirituale intensissima, fino alla mistica! Cerchiamo qui il segreto di una santità, che dalla Madonna alla quale in questa chiesa il giovane Eugenio ‘diceva tutto’, imploriamo possa venire presto riconosciuta con la attesa beatificazione, a gloria di Dio e per l’edificazione di tutti!”.

Alle radici della vita cristiana e sacerdotale di Pio XII

03-06-1Pubblichiamo di seguito l’omelia tenuta da S. Em. R. il Card. Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, lunedì 13 giugno 2016, nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, in occasione dell’evento Alle radici della vita sacerdotale di Pio XII organizzato dal Comitato Papa Pacelli.

[Is 61,1-3; Sal 18; Lc 10,1-9]

«La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe» (Lc 10,2).
La preghiera incessante, che la Chiesa ha innalzato nei secoli, implorando da Dio il dono di operai per la Sua messe, è stata sempre benevolmente esaudita e sempre lo sarà, poiché Dio ama “passare” per la porta della nostra preghiera. E quale grande operaio Egli ha voluto donarci nel Venerabile Pio XII, Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica, in quel tempo di prove terribili, che è stato il secolo scorso. Alle radici cristiane e sacerdotali della sua vita, vogliamo oggi, insieme, volgere lo sguardo, proprio in questo luogo sacro, che ne ha custodito l’infanzia e ne ha accolto le “primizie” del ministero sacerdotale.

Contemplare i copiosi frutti di una rigogliosa pianta, infatti, non è sufficiente, per comprenderne a fondo la nascita, la crescita e lo sviluppo; è necessario porre lo sguardo, sempre e di nuovo, alle origini, alle radici dei fenomeni, perché in esse, germinalmente, è presente il “tutto”, anche se esso si manifesta solo nel dispiegarsi del tempo. È questo, in fondo, il metodo stesso di Dio, che dona tutto all’inizio e poi attende pazientemente lo sviluppo, che altro non è, se non lo spazio della libertà umana, sostenuta dalla grazia e, perciò, capace di fruttificare, oltre ogni umana attesa.
Quale luogo più adatto, quindi, di questa meravigliosa chiesa di Santa Maria in Vallicella – che chiamiamo affettuosamente “Chiesa Nuova”, dopo oltre quattrocento anni dalla sua edificazione – per respirare l’aria umana, culturale e spirituale, nella quale era immerso il giovane Eugenio Pacelli e per intuire gli elementi, che maggiormente concorsero all’edificazione della sua personalità.
All’altare di San Filippo Neri, egli celebrò la sua seconda Messa, in gratitudine ai Padri dell’Oratorio e, in particolare, a Padre Lais, che lo aveva guidato spiritualmente fin dall’età di otto anni e che lo aveva accompagnato e guidato nel discernimento e nei successivi primi passi vocazionali. Da sacerdote, nel servizio pastorale, che amava svolgere come naturale e necessario complemento dei suoi incarichi istituzionali d’ufficio, gli fu assegnato il confessionale numero quattro, che ancora oggi porta quel numero, unitamente ad una targa che ricorda quell’augusto Confessore.

Chi immaginasse l’infanzia del giovane Eugenio come avvolta in un’aura mistica, priva di tensioni o di problemi, o il novello sacerdote, tutto proiettato verso una brillante e sicura “carriera” ecclesiastica, estranea alle sensibilità pastorali, sarebbe in gravissimo errore. La biografia, sia del giovane adolescente, sia del sacerdote, indica con chiarezza la sua capacità di entrare in profonda relazione con ogni realtà e circostanza, grazie alla progressiva e costante maturazione di un cuore retto, pulito, di un cuore capace di fedeltà a Dio e di virile pazienza, unita ad un’inflessibile determinazione nel perseverare unicamente sulla via del bene. Continua a leggere

«Anche se crollasse San Pietro»

Schermata 2016-06-13 alle 13.03.52Pubblichiamo di seguito il testo dell’introduzione di P. Marc Lindeijer, Vicepostulatore della causa, al Discorso su Il sacro destino di Roma, pronunciato dal Cardinal Pacelli nel 1936. La presentazione si è tenuta a Roma, presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella, il 13 giugno 2016, nel corso della celebrazione «Alle radici della vita sacerdotale di Pio XII» organizzata dal Comitato Papa Pacelli.

È stato il prima papa moderno, Pio XII, Pontefice delle masse e dei mass media. Ma è stato anche – almeno per il momento – l’ultimo vescovo romano di Roma. Riconosciuto subito come tale quando fu eletto: già al nome “Eugenio” la folla in Piazza San Pietro scoppiò in liete grida per dare il benvenuto a Papa Pacelli. La stessa partecipazione ci fu quando, quasi vent’anni dopo, morì. Fanno ancora commovente impressione i filmati del suo corteo funebre che scorreva lungo e lento nelle vespertine strade di Roma.

“Nostra città natale ed episcopale”, così Pio XII chiamò Roma davanti a 7.000 giovani degli istituti medi superiori della città, ricevuti in udienza il 30 gennaio 1949: “Nostra città natale ed episcopale, a Noi quindi doppiamente unita”, disse il Papa ai ragazzi che l’avevano salutato con grande entusiasmo, “in un crescendo di filiale esultanza ed affetto”, secondo la cronaca. Essi avevano, disse il Papa, “un duplice titolo … alla Nostra accoglienza cordialmente paterna”. Questo duplice titolo valeva infatti per tutti i romani. Basti vedere il numero di udienze concesse alle loro rappresentanze, basti vedere quanto spesso papa Pacelli parlasse di Roma per capire come la città gli fosse carissima. Nello stesso mese, il primo gennaio 1949, accogliendo in udienza il sindaco Rebecchini e gli assessori, il Papa lodò il loro lavoro di ricostruzione della città, ancora segnata dalla guerra, e di progressivo ritorno ad una normale vita, lavoro ispirato “alle millenarie e gloriose tradizioni religiose e civili dell’Urbe”. Vide un chiaro legame tra l’opera sociale, già propagata dall’imperatore Marco Aurelio, e l’amore vicendevole comandato da Gesù Cristo. “Possa questo amore”, augurò al sindaco di Roma il suo vescovo, “questo amore, che semina il bene e lo dispensa nella serena letizia del cuore, unire con indissolubili vincoli tutti i figli di Roma, gli amministratori e gli amministrati, quelli che danno e quelli che ricevono, avvicinandoli tutti a Dio!”.

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Sant’Antonio “Dottore dell’Evangelio”

Pubblichiamo di seguito un articolo di A. Gaspari apparso il 12 giugno 2016 su Zenit. Il mondo visto da Roma, alla vigilia della memoria liturgica di Sant’Antonio. Il Santo portoghese, noto in Italia come patavino, fu proclamato, nel 1946, Dottore della Chiesa da Papa Pio XII.

Visione_di_Sant'Antonio_da_PadovaAveva solo 36 anni quando il Signore lo ha ripreso in cielo, ma la sua testimonianza in terra è stata tale che ancora oggi a distanza di 821 anni dalla sua nascita, milioni di persone, lo pregano, lo ricordano, invocano la sua intercessione, e altrettante mettono il suo nome ai figli.

Stiamo parlando di Fernando Martins de Bulhões, noto al mondo come Antonio di Padova, religioso francescano portoghese, proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1232 e dichiarato da Pio XII dottore della Chiesa nel 1946.

Avendolo conosciuto personalmente e in considerazione della mole di miracoli attribuitagli, Papa Gregorio IX lo canonizzò dopo solo un anno dalla morte.

Pio XII, nel 1946 lo ha innalzato tra i Dottori della Chiesa. Gli ha conferito il titolo di ‘Doctor Evangelicus’, in quanto nei suoi scritti e nelle prediche oltrechè nello stile di vita testimoniò in maniera profonda il Vangelo. Continua a leggere

Francesco: «Fa bene leggere Haurietis Acquas…»

sacro-cuoreRicordo quando Pio XII ha fatto l’Enciclica sul Sacro Cuore, ricordo che qualcuno diceva: “Perché un’Enciclica su questo? Sono cose da suore…”. E’ il centro, il Cuore di Cristo, è il centro della misericordia. Forse le suore capiscono meglio di noi, perché sono madri nella Chiesa, sono icone della Chiesa, della Madonna. Ma il centro è il cuore di Cristo. Ci farà bene questa settimana o domani leggere Haurietis aquas… “Ma è preconciliare!” – Sì, ma fa bene! Si può leggere, ci farà molto bene! Il cuore di Cristo è un cuore che sceglie la strada più vicina e che lo impegna.

Papa Francesco, Ritiro spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, 2 giugno 2016

Palpita d’amore il Cuore adorabile di Gesù Cristo, all’unisono con il suo amore umano e divino, allorché, come ci rivela l’Apostolo, non appena la Vergine Maria ha pronunziato il suo magnanimo «Fiat», il Verbo di Dio: «entrando nel mondo, dice: “Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo”».
Palpitava altresì d’amore il Cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino, quando Egli intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima Madre, nella casetta di Nazaret, e col suo padre putativo Giuseppe, cui obbediva prestandosi come fedele collaboratore nel faticoso mestiere del falegname Parimente palpitava d’amore il Cuore di Cristo, ancora in pieno accordo col suo duplice amore spirituale, nelle continue sue peregrinazioni apostoliche; nel compiere gli innumerevoli prodigi d’onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o ridonava la salute ad ogni sorta di infermi; nel sopportare fatiche, il sudore, la fame, la sete; nelle lunghe veglie notturne trascorse in preghiera al cospetto del celeste suo Padre; e, infine, nel pronunziare i discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliuol prodigo. Continua a leggere

Pio XII contro Hitler: la guerra segreta

Mirella Serri | La Stampa, 31/05/2016

Una rete spionistica di religiosi messa in piedi dal Papa per prevenire le ostilità verso i cristiani e favorire un golpe a Berlino: il libro di uno storico americano

Schermata 2016-05-31 alle 19.37.04Il trapano faceva un rumore infernale nel cuore della notte, tanto che si provò a immergerne la punta nell’olio di oliva. Un odore di fritto si sparse così nella Biblioteca Apostolica, in Vaticano, dove si stavano forando le pareti per posizionare tra i preziosi volumi le microspie di uno dei primi e più sofisticati impianti d’intercettazione ambientale. Al lavoro, tra il 5 e il 6 marzo 1939, non c’era, però, una squadra di tecnici, ma un pull di gesuiti alle prese con una gigantesca macchina di registrazione regalata al Vaticano da Guglielmo Marconi. Pio XII registrò in questo modo l’abboccamento con quattro cardinali – di uno dei quali diffidava in quanto sospetto di simpatie hitleriane – su un tema scottante: come reagire alle ostilità dei nazisti contro i cattolici e la Chiesa tedesca.

Il passo successivo per papa Pacelli fu tentare il sabotaggio dei piani di Hitler. Proprio così: a far luce su una fino a oggi ignorata vicenda di 007 in tonaca è Mark Riebling nel libro Le spie del Vaticano (Mondadori, pp. 369, € 25). Attingendo a numerosi archivi, tra cui i National Archives and Records Administration statunitensi e quelli vaticani, lo storico ricostruisce dettagliatamente le trame con cui il Pontefice cercò di provocare la caduta del tiranno.

La prima mossa si verificò il 26 maggio 1941, quando i più alti esponenti dei gesuiti e dei domenicani tedeschi diedero vita a un clandestino «Comitato degli ordini» incaricato di rastrellare documenti e progetti bellici del Führer da tutte le fonti possibili, dalle centraliniste alle segretarie, ai funzionari di governo ostili al regime. Tramite religiosi che avevano avuto dal Papa la speciale dispensa per indossare abiti borghesi e «vivere al di fuori delle regole dell’ordine», si inviavano messaggi e dispacci Oltretevere, che a sua volta faceva in modo di farli pervenire a Londra e Washington.

Il Comitato aveva contatti con leader sindacali fuorilegge, con antinazisti cattolici, con personaggi di spicco dell’opposizione, da Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco, all’ammiraglio Wilhelm Canaris, capo del servizio segreto militare (entrambi giustiziati a Flossenbürg il 9 aprile 1945), a Ulrich von Hassel, ex ambasciatore a Roma, impiccato l’8 settembre 1944 dopo l’attentato a Hitler. Il pontefice prendeva in seria considerazione, come dimostra Riebling, l’eventualità di un colpo di Stato e si dichiarava disponibile a far da mediatore tra i cospiratori e gli Alleati.

Una delle iniziative più audaci, di cui proprio attraverso i canali vaticani vennero messi al corrente i britannici e gli americani, fu il sabotaggio, nel marzo 1943, del Condor Focke-Wulf su cui il Führer volava verso Smolensk. Una bomba era stata nascosta in un pacco di bottiglie di cognac ma non esplose. Ugualmente fallì un ufficiale kamikaze pronto a farsi saltare in aria durante una parata in presenza di Hitler.
Il principale tramite tra il movimento antinazista in Germania e Pio XII fu un avvocato bavarese, Josef Müller, che, scoperto e arrestato, venne aggregato al convoglio dei prigionieri illustri del Führer, le alte personalità di tutta Europa che, detenute da anni nei Lager del Reich, furono portate in Alto Adige per fungere da moneta di scambio con gli Alleati in vista della resa. Liberato a Villabassa nel dopoguerra, contribuì a fondare la Cdu, l’Unione cristiano-democratica.

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Alle radici della vita sacerdotale di Pio XII

Schermata 2016-05-26 alle 20.02.38La Chiesa Nuova, o Santa Maria in Vallicella, a Roma, era assiduamente frequentata dal giovane Eugenio Pacelli, che, a contatto con le memorie di San Filippo Neri, formò la sua pietà liturgica e il suo spirito di generosa carità, a pochi passi dalla casa dove nacque e crebbe in famiglia.

Questa Chiesa conobbe le primizie del suo apostolato di giovane sacerdote, dedito ad impartire lezioni di catechismo ai bambini e soprattutto al ministero della Confessione. Ancora oggi è ben visibile il suo confessionale, su cui è stata apposta una piccola targa che lo ricorda.

Nel mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore, il Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII ha voluto, proprio in questa splendida Chiesa, ricordare il grande cuore di Pio XII, il suo zelo sacerdotale, con una solenne cerimonia.

Lunedì 13 giugno 2016 alle ore 18.30, dopo il saluto del Padre Preposito dell’Oratorio di Roma, P. Rocco Camillò, P. Marc Lindeijer, Vicepostulatore della causa, ha presententato un celebre discorso tenuto dal Card. Eugenio Pacelli nel 1936, su “Il sacro destino di Roma”.
Alle ore 19.00 S.Em. Rev.ma il Cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, ha poi celebrato la Santa Messa, durante la quale terrà l’omelia, dedicata a “Pio XII: radici della sua vita cristiana e sacerdotale”.

É stata l”occasione per risentire insieme la voce del Pastore Angelico, nel cuore della “sua” città di Roma, e affidarsi così alle sue preghiere di padre.

Qui la locandina dell’evento.

Non è un fantasma il Dio del tabernacolo!

In occasione della Solennità del Corpo e Sangue del Signore, pubblichiamo ampi stralci del bellissimo discorso pronunciato da Papa Pio XII, il 28 aprile 1939, ricevendo i partecipanti al Congresso Nazionale Italiano dei Sacerdoti Adoratori del Santissimo Sacramento.

piusmasss   Il Salvatore divino è con noi, non già come ombra fugace della fama e del nome che resta sulle tombe e sui monumenti dei grandi uomini che passano, ma quale Dio presente nella sua divinità e umanità, Dio nascosto nell’ombra dei pani mutati: ombra che Ci par di ravvisare in quelle tenebre del lago di Tiberiade, in quella notte che Cristo camminava sopra i marosi, e ai discepoli a fatica remiganti parve fantasma. No, non è un fantasma il Dio dei tabernacoli che adoriamo. É quel medesimo che allora disse ai pavidi discepoli: Abbiate fiducia; sono io, non temete. É quel medesimo che dice: Eccomi con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei tempi.

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Il Rosario: come la fionda nella mano di Davide

Il 15 settembre 1951, Papa Pio XII firmava l’enciclica Ingruentium Malorum, sulla recita del Santo Rosario. La speranza del Papa era quella che i fedeli potessero riscoprire «l’eccellenza, il valore e la salutare efficacia» della preghiera mariana, e «possano compiere questo fruttuoso ufficio con la maggior diligenza possibile, e il santo rosario sia da essi sempre più convenientemente stimato e diffusamente praticato». Nel Rosario – sopratutto recitato in famiglia – Pacelli riponeva assoluta fiducia contro «le veramente tristi condizioni dei nostri tempi», e il riferimento del Papa era sopratutto alle persecuzioni che nell’Est del mondo erano riservata ai cristiani, oltre che a quella tendenza – che già allora cominciava – della società ad allontanarsi sempre più dai valori della purezza. Con apostolica franchezza, Pio XII denunciava soprattutto «quella iniqua campagna che gli empi conducono a danno della candida innocenza dei fanciulli».
Ci pare che l’invito del Papa a riscoprire la bellezza della preghiera del Rosario sia assolutamente attuale, e del resto trovi eco fedele nelle parole dei suoi Successori, fino a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e, nel tempo presente, a Papa Francesco. In particolare, proprio in una recente occasione, il Papa ripeteva: «Voi pregate il Rosario tutti i giorni? La preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici». D’altra parte, non mancano neanche oggi, non troppo lontano da noi, le persecuzioni – anche violente – nei confronti dei cristiani; nè si è arrestata la “campagna” – a volte istituzionalizzata – volta ad allontanare sempre di più proprio i più piccoli dai valori della purezza cristiana. Possiamo ancora credere, con il Venerabile Pio XII, che «non con la forza, non con le armi, non con la umana potenza, ma con l’aiuto divino ottenuto per mezzo di questa preghiera, forte come Davide con la sua fionda, la Chiesa potrà affrontare impavida il nemico».
child in prayer 2Pubblichiamo di seguito un estratto della lettera enciclica, dove si afferma in modo particolare l’importanza della recita del Santo Rosario nella vita familiare. Siamo certi così di assecondare anche l’intenzione del Santo Padre per la famiglia, nel tempo che ci separa dal Sinodo appena concluso a quello che si celebrerà tra un anno.

Benché non vi sia certamente un unico modo di pregare per poter conseguire questo aiuto, tuttavia Noi stimiamo che il rosario mariano sia il mezzo più conveniente ed efficace, come del resto viene chiaramente suggerito dall’origine stessa, più divina che umana, di questa pratica e dalla sua intima natura.

Che cosa infatti di più adatto e più bello dell’orazione domenicale (Padre Nostro) e del saluto angelico (Ave Maria), che formano come i fiori di cui s’intreccia questa mistica corona? Aggiungendosi, inoltre, alle ripetute preghiere vocali la meditazione dei sacri misteri, ne deriva l’altro grandissimo vantaggio, che tutti, anche i più semplici e i meno istruiti, hanno in ciò una maniera facile e pronta per alimentare e custodire la propria fede. E invero, dalla meditazione frequente dei misteri, l’animo attinge e insensibilmente assorbe la virtù che essi racchiudono, si accende straordinariamente alla speranza dei beni immortali, e viene fortemente e soavemente spronato a seguire il sentiero battuto da Cristo medesimo e dalla sua Madre. La recita stessa di formule identiche tante volte ripetute, nonché rendere questa preghiera sterile e noiosa, quale mirabile virtù, invece, possiede, come si può sperimentare, per infondere fiducia in chi prega e fare dolce violenza al cuore materno di Maria! Continua a leggere

Con Maria per le strade di Roma

La storia di Papa Pacelli ha luogo prevalentemente a Roma, a parte le brevi parentesi alla Nunziatura di Monaco di Baviera e poi di Berlino. Ed è una storia – questa storia romana di Papa Pio XII – che è accompagnata sin dalla più tenera infanzia dalla presenza materna della Madonna.

Schermata-03-2456719-alle-11.44.23Già dove Eugenio Pacelli nacque, il 2 marzo 1876, a Palazzo Pediconi, via degli Orsini, civico 34 – dove la famiglia abiterà soltanto per ancora quattro anni – due edicole della Madonna si specchiano, agli angoli dei due palazzi che fanno da ingresso a quella che una volta si chiamava via Monte Giordano. Particolarmente pregevole è quella ad angolo del palazzo proprio di fronte alla casa del piccolo Eugenio, con l’immagine della Vergine Maria che mostra Gesù, sorretta da due angeli. Chissà che davanti a quella immagine il futuro Pio XII non abbia pronunciato, magari inciampando qua e là nelle parole, qualcuna delle sue prime Ave Maria

chiesa_del_gesu_roma_madonna_new_1_high--1-Ma ad accompagnare la crescita di Eugenio è un’altra immagine, particolarmente cara ai romani. Si tratta della Madonna della Strada, conservata nella Chiesa del Gesù, a pochi passi dal Collegio Romano, dove il futuro Pontefice frequenta il regio-ginnasio «Ennio Quirino Visconti». Lì Pio XII aveva imparato dalla madre a pregare in ginocchio, sin da piccolino. L’immagine, risalente ad un periodo databile tra la seconda metà del XIII secolo e la prima metà del XVI, era già cara a Sant’Ignazio – l’autore di quegli «Esercizi Spirituali» che il Papa leggerà e rileggerà più volte, fino alla fine, in lingua originale.

Il 1894 è l’anno della vocazione al sacerdozio, che Eugenio avverte come definitiva in un ritiro presso il complesso di Sant’Agnese fuori le Mura, sulla Nomentana. Non possiamo esserne certi, ma non ci stupiremmo se la storia di quel ritiro – o comunque delle visite di Pio XII a quella chiesa tanto prediletta – fosse in qualche modo intrecciata al tenero affresco della Madonna che allatta il bambino, risalenSchermata 11-2456979 alle 09.41.18te al XV sec., nella cappella oggi dedicata alla Vergine del Rosario di Pompei, sulla sinistra.

Il 2 aprile 1899, don Eugenio è così ordinato sacerdote, e il giorno seguente celebra la sua prima Messa nella Basilica di Santa Maria Maggiore, precisamente all’altare di Maria Salus Populi Romani, nella Cappella Paolona, ove ancora una lapide – sulla sinistra di chi guarda – ricorda quel giorno. Secondo la tradizione, l’icona è opera nientemeno che dell’Evangelista San Luca, e fu portata a Roma da Elena, madre dell’imperatore Costantino, nel IV sec. d.C.

Da quella prima Messa, l’icona resterà per sempre legata allo storia di Pio XII, che a MaSchermata 11-2456979 alle 09.57.45ria Salus Populi Romani attribuirà la grazia della liberazione di Roma dall’occupazione nazi-fascita, onorandola con una solenne processione per le strade di Roma nel 1953, ed incoronandola solennemente in San Pietro l’anno successivo.

I primi anni del ministero pastorale di don Eugenio si svolgono tra Messe e Confessioni, spesso presso la Chiesa Nuova – Santa Maria in Vallicella,  non molto lontano da dove era nato, dove ancora è conservata viva la memoria di San Filippo Neri. L’altare maggiore conserva l’immagine trecentesca della Madonna che, nel 1535, avrebbe sanguinato dopo esser stata colpita con un sasso.

Schermata 11-2456969 alle 22.24.23Il resto è storia nota. La consacrazione espiscopale il 13 maggio 1917 – nelle stesse ore in cui la Madonna appare a Fatima per la prima volta ai tre pastorelli. Poi i primi viaggi diplomatici; la nunziatura a Monaco e poi a Berlino; segretario di Stato con Pio XII; e il conclave del 1939. Sempre con la Madonna nel cuore; cui consacrerà il mondo intero; che glorificherà proclamandone solennemente il dogma dell’Assunzione al cielo accanto al Figlio; cui dedicherà il primo anno mariano della storia della Chiesa. E chissà quante volte, nel silenzio della sua bella cappella, dinanzi alla bella statua della Madonna sempre ornata da fiori, avrà recitato quelle parole imparate dalla mamma:

Ave Maria, piena di grazia

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