L’opera di Pio XII a favore dei profughi e dei prigionieri di guerra

Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’Autore, il testo della relazione tenuta da Padre Giulio Cerchietti O.F.M., officiale della Congregazione per i Vescovi, in occasione della tavola rotonda presso il Centro Astalli di Roma, il 29 maggio scorso, sul tema La Santa Sede, i profughi e i prigionieri di guerra: l’opera di Papa PacelliCattura

… Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale, non limitate all’aspetto militare della guerra, superarono di gran lunga e in modo addirittura incommensurabile quelle del 1914-18. Pio XII considerò la cosa come una sfida davanti alla quale non era lecito tirarsi indietro. Il problema non era se si dovesse aiutare ma come si potesse fare. E in ciò, come già detto Benedetto XV, non ebbe alcun ruolo l’appartenenza religiosa, etnica o nazionale delle vittime. Il Vaticano in questo caso nell’organizzare le misure d’assistenza, si avvalse naturalmente delle proprie esperienze acquisite nel campo della prima guerra mondiale. Pur tuttavia si trovò a dover affrontare forme e tipi del tutto nuovi di esigenze e necessità d’aiuto. Si trattò di affrontare emergenze di dimensioni enormi, di fronte alle quali non si sarebbe riusciti a nulla con i mezzi fino a quel momento sperimentati. Si cercarono vie nuove e strumenti diversi per poter ottenere i risultati perseguiti. Non mancò certo la disponibilità ad aiutare. Ma come tutti i fatti umani esiste un limite pur se angoscioso tra ciò che si vuole e ciò che si può concretamente realizzare. Nel nuovo conflitto un nuovo dramma emerge con la persecuzione delle idee politiche e l’instaurarsi di persecuzioni razziali. Va ricordato che dal punto di vista del diritto internazionale non esisteva alcun modello sul quale ci si potesse confrontare alfine di orientare un corretto intervento. Leggi tutto.

Pacelli e la saggia diplomazia nell’epoca dei totalitarismi

di Luca Rolandi
- Vatican Insider -

e18b45f0c4Si è svolta presso l’Università Europea di Roma, in collaborazione con l’Institut Catholique de Paris, la terza edizione della giornata di studi sulla politica internazionale della Santa Sede, incentrata quest’anno su “Eugenio Pacelli cardinale segretario di Stato di Pio XI (1930-1939)”. Un confronto tra esperti, ristretto e denso di contenuti.

La figura di Pacelli è stata sinora oggetto di una considerevole mole di studi e ricerche, specie per il periodo in cui fu nunzio apostolico a Monaco di Baviera e a Berlino tra il 1917 e il 1930 e poi Papa tra il 1939 e il 1958. Meno approfondita appare la fase intermedia in cui fu, appunto, chiamato da Pio XI alla guida della Segreteria di Stato.

All’iniziativa – coordinata da Laura Pettinaroli e Massimiliano Valente – hanno preso parte studiosi di diversa provenienza ai quali è stato chiesto di offrire il loro contributo, riguardo alle rispettive aree di competenza e contesti di ricerca, per far emergere con maggiore precisione il carattere, la personalità ed il concorso di Pacelli all’azione di governo della Chiesa tra le due guerre mondiali: le sue decisioni, il suo rapporto con il pontefice, con i membri del collegio cardinalizio, con i nunzi apostolici, ecc., sulla base della documentazione conservata negli archivi vaticani.

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Il Crocifisso di Papa Pio XII

Schermata 2015-05-31 alle 22.03.12Il culto al Sacratissimo Cuore di Gesù è intimamente connesso al culto della Croce. Sin dalle sue prime apparizioni a Santa Margherità, Gesù mostra il cuore che tanto amò il mondo portando la croce sulle spalle. Proprio Pio XII, nella grande enciclica su questa devozione, osserva: «Una fervida devozione verso il Cuore di Gesù alimenterà e promuoverà specialmente il culto alla sacratissima Croce, come pure l’amore verso l’augustissimo Sacramento dell’altare» (Haurietis aquas, 1956).

Eugenio Pacelli dovette cominciare ad amare Gesù crocifisso sin dalla più tenera età. Non vi sono testimonianza in proposito, ma è facile immaginare che – nelle sue documentate visite alla Madonna della Strada con la mamma, presso la Chiesa del Gesù – diverse volte la donna e il bambino si saranno fermati anche innanzi all’antico Crocifisso Maggiore venerato in quella chiesa della Compagnia di Gesù.

b5860a175d9e312b8d4175cc3d10dc55Certamente, invece, il giovane seminarista Pacelli imparò a nutrire una particolare devozione per il crocifisso all’ingresso dell’Almo Collegio Capranica, dove per circa un anno soggiornò insieme ad altri candidati al sacerdozio. Una pia tradizione del Collegio, infatti, vuole che ciascun seminarista entrando ed uscendo dal seminario baci quel crocifisso in legno, posto tra le due rampe di scale che portano al primo piano – ove una volta avevano sede le stanze dei ragazzi.

Doveva esserci un legame particolare tra quel crocifisso e il giovane Eugenio Pacelli, se è vero – come non c’è ragione di dubitare – quello che racconta Suor Pascalina nelle sue memorie, ricordando la visita del Papa all’Almo Collegio, il 21 gennaio 1957, in occasione della riapertura dopo una importate opera di ristrutturazione: «L’ascensore (che prima non esisteva) era già pronto, perché il Santo Padre non dovesse Schermata 2015-05-31 alle 22.03.36scendere a piedi le scale, quando il suo sguardo cadde sul grande Crocifisso che, al tempo dei suoi studi, ogni alunno, all’entrata e all’uscita, soleva baciare con grande rispetto e venerazione. Si diresse subito verso la scala, la discese e baciò il “suo” Crocefisso, come aveva fatto quando era giovane».

Ancora oggi, il Crocifisso del Collegio Capranica è lì a raccogliere il saluto degli alunni. Il piede è stato recentemente rivestito di metallo prezioso, per nascondere il legno che i baci, nelle diverse generazioni, hanno consumato. Un rescritto del Sommo Pontefice, lì affisso, ricorda il dono dell’indulgenza plenaria, in alcune feste dell’anno, per chi devotamente baci quell’immagine – alla quale, si legge in latino, «hanno spesso volto gli occhi gli alunni che si preparavano al sacerdozio, implorando la grazia della fedeltà al futuro ministero, e ancora oggi guardano gli alunni».

Schermata 2015-05-31 alle 22.04.07Sull’immagine, è ben visibile il segno della ferita al costato, con la scia di sangue, copioso, che dal quel Cuore aperto uscì, misto ad acqua. Se davvero – come ebbe a scrivere Pio XII nel 1956 – «nessuno capirà davvero il Crocifisso, se non penetra nel suo Cuore», c’è da credere che il giovane Pacelli tante volte avrà guardato quel Cuore trovando rifugio ed intelletto in esso.

(Per le foto, si ringrazia Monsignor Rettore dell’Almo Collegio Capranica per la cortese disponibilità).

LEGGI QUI LA PREGHIERA
DI PIO XII AL CROCIFISSO

«Ho sette figli e sono disoccupato»

Schermata 11-2456985 alle 12.39.50Testimonianza di Padre Virginio Rotondi,
della Compagnia di Gesù, fondatore e diretto dell’opera sociale «Oasi»

pope-pius-xiiUn giorno, il Padre Como, dei gesuiti, accompagnò un gruppo di lavoratori in una delle udienze speciali, che Pio XII concedeva numerosissime. Com’è noto, il Papa parlava, anche se brevissimamente, con ciascuno. Fu così che un operaio gli disse: «Ho sette figli e sono rimasto disoccupato». Il Santo Padre allora disse a Padre Como: «Mi mandi un appunto». Qualche giorno dopo io fui cercato da Pare Como, che mi chiese come avrebbe potuto far arrivare quell’appunto nelle mani del Papa. Io l’o preso e, ricordo, lo portai al magazzino privato per consegnarlo a Madre Pasqualina*, la quale, appena capì di che cosa si trattasse, esclamò: «Meno male! Sono tre giorni che il Santo Padre mi dice: “Deve arrivare un appunto, deve arrivare un appunto”.

(Positio, pag. 242)

* governante del Papa dal 1923 fino alla morte; durante il Pontificato si occupò anche della supervisione del Magazzino privato del Papa, che raccoglie i doni e le elemosine che da tutto il mondo arrivano al Santo Padre, per ridistribuirli ai più bisognosi.

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«Armatevi di Gesù Sacramentato!»

Pubblichiamo di seguito la traduzione dal portoghese di alcuni stralci di un’allocuzione tenuta da Papa Pio XII il 24 luglio del 1955. Il tono particolarmente intenso delle sue parole – quasi venissero di gettito, come orazione viva, dal cuore del Papa – le rende forse utile per quale spunto di meditazione e preghiera nella grande festa del Corpo e Sangue del Signore.

tumblr_mremzjsMLC1qluawko1_500La scienza dell’Eucaristia è luce e fuoco: luce che tende ad illuminare, fuoco che domanda di accendersi. Non lasciatevi scoraggiare, guardate molto in alto, perché illumini e infiammi tutto intorno a voi. Oggi ci sono nel mondo tenebre tanto dense di ignoranza! Tanto gelo di indifferentismo! Chi sa realmente che cosa sia l’Eucaristia-sacrificio e l’Eucaristia-comunione?

L’Eucaristia-sacrificio: il Calvario esteso nello spazio fino a riempire tutta la terra, esteso nel tempo fino alla fine dei secoli! Sul Calvario, nell’ora più augusta dell’universo, il sacrificio cruento, in cui il Figli di Dio incarnato operò, immolandosi, la redenzione del mondo! Nell’Eucaristia il medesimo sacrificio, rinnovato in modo incruento, ogni giorno duecento, trecento mila volte in altrettanti luoghi della terra.

«I cieli narrano la gloria di Dio»! E oggi che la scienza scopre tanti dei suoi incommensurabili abissi, quanto più potente risuona al nostro spirito questo inno alla gloria divina! Ma che cos’è tutto questo, che cos’è in confronto alla gloria letteralmente infinita che nel silenzio dei nostri altari rende all’Eterno Padre il Dio Eucaristico, immolandosi perennemente?

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L’impegno della Santa Sede per i profughi dal secondo dopoguerra ad oggi

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento del Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Antonio Maria Vegliò, presentato al Convegno La Santa Sede, i profughi e i prigionieri di guerra: l’opera di Papa Pacelli, organizzato dal Comitato Pacelli e dal Centro Astalli di Roma.

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 Il XX secolo è stato chiamato “il secolo dei rifugiati”. Questo rivela una piaga aperta sul fianco dell’umanità, una piaga che non cessa di allargarsi. La sollecitudine della Chiesa per i rifugiati è stata, e rimane, da una parte un’affermazione del diritto alla vita, alla pace, alla protezione e all’assistenza, dall’altra, un’azione caritativa e pastorale.

Nel 2014, il numero dei rifugiati ha superato i 50 milioni di persone ed è stata la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale. Partendo da quel periodo storico, l’intervento di oggi vuole ripercorrere l’opera svolta dalla Santa Sede, con particolare riguardo all’azione dei Pontefici, a favore dei profughi e dei rifugiati, quindi, dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni.

Papa PIO XII

Durante il suo Pontificato, Pio XII (dal 1939 al 1958), in concomitanza con lo scoppio della seconda guerra mondiale, cercò di adoperarsi per porre fine all’orrore tentando anche di mantenere l’Italia fuori dal conflitto, ma purtroppo con vani sforzi. La minaccia del nazionalsocialismo tedesco e del comunismo, le persecuzioni naziste e fasciste, dal 1930 al 1945, posero la Chiesa davanti al delicato compito di offrire protezione e assistenza. Già nell’autunno 1944, nacque, per volontà di Pio XII, la Pontificia Commissione Assistenza per i rifugiati, per la distribuzione di aiuti ai reduci ed ex internati provenienti dalla Germania e dalla Russia.

Con l’Enciclica Communium interpretes dolorum, del 15 aprile 1945, Pio XII si espresse per la pace tra i popoli e anche per alleviare le sofferenze dei rifugiati. Dopo la guerra, Papa Pacelli sollecitò la solidarietà e la condivisione degli oneri, in particolare da parte dei Paesi meno colpiti economicamente, per il reinsediamento dei rifugiati di fronte al pericolo dei rimpatri forzati.

Nel 1949, poi, nell’Enciclica Redemptoris nostri, manifestò la sua preoccupazione per i rifugiati palestinesi.

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Il Rosario… per dormire?

Schermata 11-2456985 alle 12.39.50Testimonianza di Maria Teresa Pacelli,
lontana parente del Papa

Schermata 2015-03-28 alle 14.42.23Pio XII aveva sempre quello sguardo puro come d’uno che vive in presenza di Dio. Gli dissi un giorno, dato che soffriva di insonnia: «Provi a dire la Corona a letto; vedrà che dopo poche Ave Maria s’addormenta».
Rispose con meraviglia: «Anzi! Sarà una ragione in più per non dormire! Come si può dirla senza raccogliersi e solo per dormire!». Fu detto con tale semplicità e convinzione che non dissi altro; però pensai: questa è fede davvero, e amore alla Madonna.

(Positio, pag. 256)

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Vieni, o Spirito Creatore!

Nell’omelia per il XXV anniversario della sua Consacrazione episcopale, Papa Pio XII formulava una sentita preghiera allo Spirito Santo, traendo spunto dalle parole dell’inno Veni Creator, che viene intonato nella Solennità di Pentecoste. Proponiamo quelle parole all’attenzione di ciascun lettore, affinché possa farle proprie invocando dal cielo una rinnovata effusione dello «Spirito di consiglio e di fortezza».

Schermata 2015-04-25 alle 13.13.48O Spirito creatore, che, volando sulle acque dell’universo creato, rinnovasti la faccia della terra; tu che ai Romani presenti a Gerusalemme e ascoltanti la predica di Pietro (Act. 2, 10) facesti giungere il primo annunzio della verità e della salvezza; — ai figli di questa Roma, cuore del mondo, a cui Pietro più tardi con la sua vita di Apostolo e con la sua morte di martire doveva dimostrare la fermezza della sua fede, l’immobilità della sua speranza, la vastità del suo amore, «volgiti; e mira dal cielo e osserva e cura questa vigna e proteggi ciò che hai piantato di tua mano» (Ps. 79, 15 -16).

Scendi, o Spirito creatore. Sì. Tu sei già sceso, tu sei con noi; tu sei vicino alla Sposa di Cristo, tu sei la sua vita, la sua anima, il suo conforto, la sua difesa in ogni momento, e in particolar modo nei tempi dell’angustia e del dolore. Versa dall’alto tanta pienezza dei tuoi doni, che tutti, Pastore e gregge, irradino nel mondo il lume della loro fede, il sostegno della loro speranza, la forza del loro amore.

Per te, Spirito Illuminatore, Spirito di consiglio e di fortezza, le menti cristiane di ogni condizione, umile o alta, comprendano e sentano non solo la straordinaria gravità, ma anche la ponderosa responsabilità dell’ora presente, in cui un vecchio mondo, che tramonta nel dolore, ne sta generando uno nuovo. Rischiara a tutti, quanti portano in fronte il nome di Cristo, il sentiero angusto della virtù, che solo conduce a salvezza, affinché si scuotano dal sonno della indifferenza, della tiepidezza e della irresoluzione, e imprendano ad avanzare fuori dei disordinati avvolgimenti delle cose terrene.

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Ascendiamo anche noi con Lui!

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Alla vigilia della festa della Ascensione del Signore al cielo, nel suo vero corpo, proponiamo una meditazione tratta da un’omelia di Papa Pio XII, in cui il Pontefice invita ciascun fedele a seguire Cristo, gettando l’ancora nel proprio cuore in cielo, con atti di fede, di speranza e di carità.

Ascendiamo, diletti figli, anche noi con Cristo al cielo: disponiamo nel cuor nostro quelle ascensioni della fede che varca ogni nube, della speranza che sorpassa il tempo, dell’amore che conquista l’eternità. Nell’ora della sua ascensione Cristo diede agli Apostoli l’ultima lezione e l’ultimo comando. « Non appartiene a voi — Egli disse — sapere i tempi e i momenti, che il Padre ha ritenuti in poter suo»: ecco l’innalzamento della loro fede nella sommessione al governo di Dio sul mondo. « Riceverete la virtù dello Spirito Santo»: ecco l’innalzamento della loro speranza nel coraggio dell’operare. «Mi sarete testimoni … fino alle estremità della terra»: ecco l’innalzamento della loro carità con ogni sacrificio nella diffusione del Vangelo (Act. 1, 7-8). Son tre doni, tre virtù, tre ammonimenti, che hanno trionfato del mondo, hanno rigenerato e confortato l’uomo, hanno restaurato quaggiù il regno di Dio e aperto il regno dei cieli.

Eleviamo la nostra fede in quest’ora di uragano che rumoreggiando e imperversando travolge in lotta popoli e nazioni. Non spetta neppure a noi conoscere i tempi e i momenti che la potente mano del Padre nostro celeste regola, abbreviandoli o allungandoli con quel consiglio provvido e inscrutabile che ordina tutti gli eventi all’alto e segreto fine della sua gloria. Egli è il beato e unico Sovrano, Re dei re e Signore dei dominanti (1 Tim. 6, 15): non cambia in sé, ma governa e regge tutti i cambiamenti dei tempi e dei momenti con disegno immutabile, dando e togliendo la potenza a chi vuole, esaltando l’umile e abbassando il superbo, perché tutti gli uomini riconoscano che ogni potere viene da Lui, e che nessuna potestà avrebbero, se non l’avessero ricevuta dall’alto (cfr. Io. 19, 11). La nostra fede sormonta questo basso mondo; di questo mondo non è il regno di Cristo, se pur tiene il piede quaggiù: esso è dentro di noi. Cristo non era venuto a ristabilire, come chiedevano gli Apostoli, il regno d’Israele (cfr. Act. 1, 6), ma a testimoniare la verità che tanto ci sublima, la verità che è giustizia, che è pace, che è rispetto del diritto, che è libertà santa e inviolabile della coscienza umana, che è conforto anche in mezzo alle tribolazioni, ai dolori, ai lutti presenti; com’era conforto ai tempi e ai momenti dei martiri, com’è a voi, che della benigna provvidenza divina fate il fondamento che sostenta la vostra speranza.

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«Questa malattia non è per la morte»

Dagli Stati Uniti, è arrivata alla Postulazione notizia di una presunta guarigione miracolosa grazie all’intercessione di Papa Pio XII. Pubblichiamo, di seguito, la sintesi del racconto di un testimone – lo zio del ragazzo protagonista della storia -, senza naturalmente anticipare il giudizio delle autorità ecclesiastiche competenti. La commovente storia di Jon e la fede della sua famiglia sono per noi soltanto un invito a continuare a pregare per la canonizzazione del Venerabile Papa Pacelli, secondo l’invito che più volte Papa Francesco ha fatto già proprio. Qui, il testo integrale del racconto, in inglese.

Schermata 11-2456966 alle 21.57.26Mio nipote, Jon, era stato ricoverato al Pronto Soccorso domenica 23 marzo 2014, per alcuni problemi respiratori dopo un’influenza che durava da un paio di giorni. In ospedale, gli avevano diagnosticato un’influenza e una polmonite secondaria. Cominciarono a trattarlo con degli antibiotici, e a monitorare costantemente i suoi livelli di ossigeno nel sangue.

Nel corso della prima notte, i medici si preoccuparono per il livello particolarmente basso di ossigeno nel sangue, e il lunedì successivo lo misero in una macchina per la ventilazione meccanica a pressione positiva delle vie aeree (C-PAP), continuando a monitorarlo. La notte, i medici ancora non erano soddisfatti dello stato di Jon, nonostante tutte le misure fino a quel momento preso; e si decise allora di applicarli un ventilatore, per aiutarlo a prendere ossigeno con tutti i polmoni. Ma questi erano stati attaccati dal virus dell’influenza, che aveva causato una notevole infiammazione ai loro tessuti, con una raccolta di liquido nei polmoni che gli impediva all’aria di arrivare fin dove era necessario.

Jon continuava a peggiorare, fin quando non si decise di ricorrere all’Ossigenazione Extracorporea a Membrana (ECMO): una misura davvero estrema, per pazienti con insufficienza respiratoria molto grave. Il tasso di mortalità è piuttosto alto per chi raggiunge questo stadio. La nostra famiglia trascorreva molte ore, insieme, in attesa, e mia sorella, Mary – la mamma di Jon – non l’ha mai lasciato solo. Io intanto chiedevo agli amici vicini di pregare per lui.

Il giorno in cui lo stavamo quasi per perdere è stato venerdì 4 aprile. La Settimana Santa era vicina (e in inglese si chiama “Good Week”): così da allora quello per noi è stato il “Bad Friday”. I dottori spiegarono alla mamma e al papà che era necessario interrompere gli anticoagulanti, per frenare una brutta emorragia interna. Questo, però, avrebbe ostruito l’Ossigenazione Extracorporea a Membrana, e i suoi polmoni non sarebbero stati in grado, da soli, di ossigenare adeguatamente il sangue. Era un strada senza via d’uscita: o togliere gli anticoagulanti rischiando che l’ECMO si ostruisse, o rischiare un’emorragia interna sempre più grave. Dopo, mia sorella ci ha detto che i medici avevano dato il 5% di probabilità di sopravvivenza. Ma solo perché non dicono mai “zero”.

car5Ero nella sala d’attesa quando mia sorella e la sua famiglia fecero ritorno, in lacrime, dal colloquio con i medici. Sentita la prognosi, li lasciai lì, e andai davanti alla porta della stanza di Jon, e mi misi a pregare il Rosario e la Coroncina alla Divina Misericordia, invocando l’intercessione di Papa Pio XII. Alzai gli occhi e vidi che erano le tre del pomeriggio, di venerdì. Proprio in quel momento, ebbi come l’immagine vivida, nella mia mente, che la Vergine Maria aveva accolto la mia preghiera e l’aveva portata al trono di Dio, come su un vassoio d’oro. Sentii una forte fiducia dentro di me, e tornai da mia sorella dicendole: «Questa malattia non è per la morte». Lei mi guardò, come se mi chiedesse: «Tu che ne sai?».

Ci mettemmo subito a chiedere a tutti di pregare il Memorare a San Giuseppe, invocando l’intercessione di Pio XII. E grazie ai social media, migliaia di persone nel mondo si misero a pregare per Jon!

La mattina seguente, fui sorpreso del fatto che il Vangelo del giorno fosse quello della resurrezione di Lazzaro, soprattutto al leggere quel passaggio in cui Gesù dice: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio» – quasi le stesse parole che avevo detto a mia sorella il giorno prima. In quel momento esatto, cominciai a ricevere entusiasti messaggi dagli altri familiari che dicevano che Jon, nella notte, aveva recuperato, e che la macchina dell’Ossigenazione Extracorporea non si era ostruita, come si temeva.

Da quel momento, Jon ha continuato a fare progressi, fino a quando non gli tolsero l’ECMO, il mercoledì della Settimana Santa. I suoi polmoni, miracolosamente, avevano ricominciato a lavorare, superando le migliori speranze dei medici. Il Dott. Love – rinomato esperto della tecnica di Ossigenazione Extracorporea – disse a mia sorella: «Al 100% avete tra le vostre mani un miracolo. Noi non solo gli avevamo tolto gli anticoagulanti, ma avevamo aggiunto coagulanti… Non è spiegabile come la macchina non si sia ostruita, o come i polmoni di Jon abbiano cominciato a guarire così in fretta».