O Vergine bella come la luna…

Nel corso del Suo pontificato, Papa Pio XII cominciò l’uso di inviare, ogni 8 dicembre, omaggi floreali alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, Roma, benedetta l’8 settembre 1857 dal Beato Pio IX; e l’8 dicembre 1953, si recò di persona ad omaggiarla, per inaugurare l’Anno Mariano. La consuetudine di visitare la statua, e poi far sosta a Santa Maria Maggiore, fu continuata da Giovanni XXIII (1958), ed è stata dai suoi successori fedelmente conservata.
Pubblichiamo di seguito, mentre con la Novena ci prepariamo a questa Solennità tanto cara al popolo dei fedeli, il testo di una preghiera alla Vergine Maria, composta da Pio XII il 17 gennaio 1956, cui è annesso il dono dell’indulgenza parziale. Continua a leggere

Preparate la via a Gesù!

In occasione dell’inizio dell’Avvento – e di un nuovo anno liturgico – proponiamo queste riflessioni pronunciate dal Papa Pio XII il 7 dicembre 1952.

In questi giorni di Avvento la sacra Liturgia – fonte preziosa e perenne di luce e di letizia – mette la nostra anima in una fervida disposizione di attesa per il Santo Natale. É tutta una misteriosa effusione di preghiera piena di ansia e insieme di dolcezza. Ci volgiamo a Dio e Lo preghiamo di mandare Colui che deve venire: Mitte quem missurus es (Es 4,13); gridiamo ai cieli, alle nubi, e attendiamo che scenda come rugiada, come benefica pioggia, il Giusto: Rorate coeli desumer, et nubes pluant iustum (Is 45,8). Anche la terra scolta la nostra invocazione, e noi le chiediamo di aprirsi e di germinare la più desiderata delle piante, il più profumato dei fiori, Gesù: Aperiatur terra, et germinet salvatorem; flos de radice Iesse (Is. 45,8; 11,1). Talvolta la preghiera è rivolta direttamente a Gesù e allora assume un tono di particolare ardore: Veni, Domine, et noli tardare: Vieni, Signore, e non indugiare.
battista-e-gesùA questa preghiera risponde nella stessa Liturgia una dolcissima voce di pace, di conforto e di promessa. Parla Dio e dice: Consolatevi: presto verrà la vostra salvezza. Cito veniet salus tua. E ancora: I monti stilleranno dolcezza e i colli daranno latte e miele. Stillabunt montes dulcedinem, et colles fluent lacte (Gioele 3, 18). Nei giorni di Lui vi sarà giustizia e abbondanza di pace. Orietur in diebus eius iustitia et abundantia pacis (Sal 71,7), e la terra produrrà il suo frutto: terra nostra dabit fructum suum (Sal 84,13). Ma ci pare che fra quell’accorata preghiera e questa deliziosa promessa stia, forte e risoluta, una voce: la voce di Colui che grida ammonendo: Preparate la via del Signore: Vox clamantis… Parate viam Domini (Lc 3,4). Quasi per dire: sarebbe inutile il voto desiderio di salvezza, e non gioverebbe nemmeno la volontà salvifica di Lui, se mancasse la vostra opera generosa nel preparargli la strada, rimuovendo gli ostacoli e adornando il cammino per il quale Egli deve passare. Continua a leggere

Non l’ultimo Papa Principe, ma il primo Papa moderno

Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia tenuta da Mons. Giuseppe Sciacca, Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, alla celebrazione organizzata dal Comitato Papa Pacelli in occasione dell’anniversario della morte di Papa Pio XII, lo scorso 15 ottobre, presso l’Altare alla tomba di San Pietro, nelle Grotte Vaticane. Alla concelebrazione – preceduta dal pellegrinaggio giubilare con passaggio alla Porta Santa della Basilica – prendeva parte anche il Card. Tarcisio Bertone, già Segretario di Stato Vaticano.

dscn5319E’ a tutti nota la pagina evangelica che abbiamo or ora proclamato, nella memoria liturgica di S. Teresa d’Avila, Vergine e Dottore della Chiesa, uno spirito tra i più grandi che abbiano percorso ed espresso la civiltà cristiana e, direi senz’altro, umana “tout court”.

Lì, nell’intimità domestica di Betania, ove l’umanità vera, amabilissima, adorabile del Signore Gesù trovava il desiderato, consolante ristoro, offertogli da quella singolare famigliola di amici e discepoli, costituita dalle due sorelle Marta e Maria, e dal fratello Lazzaro, per il quale Gesù benedetto avrebbe operato il più clamoroso dei suoi prodigi, richiamandolo – già morto da alcuni giorni e deposto nel sepolcro – alla vita; ebbene, in quella dolce, accogliente casetta, nel mentre che vengono da Cristo magistralmente delineati e come sintetizzati i due modelli, i due ideali, le due dimensioni della vita cristiana: l’ideale attivo – rappresentato da Marta, giustamente e doverosamente affaccendata per offrire a Gesù adeguata e attenta, concreta accoglienza – e quello contemplativo – rappresentato da Maria, che pendeva dalle labbra del Divin Maestro e non perdeva nessuna delle parole di verità e di vita pronunciate dal Signore – ebbene il Signore ribadisce, certamente, la superiorità di questa dimensione verticale: “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà mai tolta”. Ma, in fondo – ed è questo il senso dell’episodio evangelico sul quale stiamo brevemente e semplicemente riflettendo – Marta e Maria, azione, impegno attivo, concreto da una parte, e contemplazione, raccoglimento, adorante preghiera sono come le due facce, entrambe imprescindibili e necessarie, della stessa medaglia; convergono nell’unitario ideale della vita cristiana, in cui dimensione orizzontale e dimensione verticale, pensiero e azione, mirabilmente si fondono e si richiamano a vicenda.

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«É con voi, quasi in volontaria catena, il Nostro cuore». Le parole di Papa Pio XII ai carcerati.

Conoscere ed amare i carcerati, come una madre

Come singole persone, voi dovete conoscere i carcerati ed amarli. Innanzi tutto conoscerli. Per aiutare i carcerati, è infatti indispensabile avere con essi un contatto come da anima ad anima, il quale suppone la comprensione dell’altro in quanto individuo qualificato dalla sua origine, dalla sua formazione, dallo svolgimento della sua vita, fino al momento in cui lo incontrate nella sua cella.

schermata-2016-11-06-alle-11-22-15Occorre poi amarli. Per aiutare realmente il carcerato, bisogna andare verso di lui non solo con idee rette, ma altresì, e forse anche più, col cuore, particolarmente se si tratta d’infelici creature, che mai forse, nemmeno in seno alla famiglia, hanno gustato le dolcezze di una sincera amicizia. Voi seguirete così l’esempio del modello stesso dell’amore comprensivo e devoto senza limiti, quello della madre. Ciò che conferisce alla madre un tale influsso sui suoi figli, anche adulti, anche se traviati o rei, non sono già le idee, per quanto giuste, che ella loro propone, ma il calore del suo affetto e il dono costante di sè stessa, che mai non si stanca, anche se incontra un rifiuto; sa invece pazientare ed attendere, rivolgendosi intanto a Colui al quale nulla è impossibile. È la parola dell’« amore », che in tutti gl’idiomi del mondo è compresa, e che non solleva nè discussione né contraddizione; l’amore, di cui l’Apostolo Paolo ha cantato le lodi nel suo « inno alla carità » della prima Lettera ai Corinti (1 Cor. 13, 1-13).

Ma, per quanto profondo e genuino, tale amore non indulge ad alcuna approvazione del male commesso nel passato, nè incoraggia le volontarie cattive disposizioni che ancora perdurassero, e neppure ammette nell’essere amato alcun compromesso tra il bene e il male. Anche l’ideale amore materno non conosce altra regola che questa. Non esclamerà forse un giorno il Signore come Giudice supremo nell’ultimo giudizio : « Ero carcerato, e veniste da me… Quanto avete fatto a uno dei più piccoli tra questi miei fratelli, l’avete fatto a me »? (Matth. 25, 36.40). Come se avesse voluto dire: « Il carcerato sono io ».

Perdonare, credere, amare

Innanzitutto è necessario un sincero perdono, che le singole persone si accorderanno mutuamente, ma che la stessa società non negherà all’individuo. Non beneficiano forse tutti del perdono di Dio, che a tutti ha insegnato a pregare: « Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori »? (Matth. 6, 12).

In secondo luogo occorre credere al bene che si trova in altri e aver fiducia in lui. La diffidenza inaridisce ogni seme di bontà e, innalzando quasi un muro di cupa segregazione tra il vostro cuore e il suo, impedisce lo stabilirsi di rapporti amichevoli. Quando il figliuol prodigo tornò a lui, il padre non volle riceverlo come un servo, ma come un figlio di casa, nonostante lo sdegno e il lamento del fratello maggiore (cfr. Luc. 15, 22 SS.). Il rinnegamento di Pietro non velò il vero amore di lui agli occhi del Signore, che gli affidò tutto il suo gregge (cfr. Io. 21, 15-17).

In terzo luogo bisogna amare come il Signore ha amato. « Se il Signore ha dato la sua vita per noi », scrive l’Apostolo Giovanni, « anche noi dobbiamo darla per i nostri fratelli » (cfr. 1 Io. 3, 16). L’amore del prossimo si manifesta non solo da uomo ad uomo, ma anche tra la comunità e ciascuno dei suoi membri. Questo amore proteggerà colui, che torna, dai pericoli che lo attendono; se rischia di cedere alla debolezza, lo fortificherà; gli procurerà anche i mezzi di cui ha bisogno per poter mettersi al lavoro nella comunità come suo membro attivo.

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«Come l’arca di Noè»

Emilio Bonomelli | 21 ott 2016 | L’Osservatore Romano

Tra il 1943 e il 1944 la carità di Pio XII spalancò le porte di Castel Gandolfo a migliaia di profughi

SFOLLATI A CASTEL GANDOLFO - Febbraio 1944 (3).jpgLa guerra, stagnante da mesi sul fronte del Garigliano, sembrava ancora tanto lontana. Nulla riusciva a scuotere quel clima di torpida attesa. Il coprifuoco, le coscrizioni e i bandi che si succedevano in città, restavano qui pressoché ignorati.

Nella notte di Natale [del 1943] tutto il personale della villa pontificia s’era raccolto, come in una sola famiglia, con le guardie palatine, per la Messa celebrata dal venerando padre Stein, direttore della Specola, in un salone di palazzo Barberini. Ben pochi, fra i presenti, sapevano che, in quella stessa ora, un’altra Messa si stava celebrando a un breve tratto di strada, nella villa di Propaganda Fide, per un gruppo di rifugiati politici a cui s’erano aggiunte alcune famiglie di ebrei; che avevano anch’esse trovato un segreto asilo in quella grande casa, apparentemente deserta e unita ormai alla residenza pontificia, sotto la protezione degli stessi cartelli bilingui.

Il 22 gennaio 1944, sul far del giorno, si poté contemplare dall’alto del Belvedere, lo spettacolo del mare di Anzio, terso e lucente come non s’era mai visto, che formicolava di navi d’ogni grandezza. E da qui, per telefono, la notizia dello sbarco degli alleati giunse al Vaticano. [...]

Ma ben presto il panico investe gli animi. Le razzie, i bandi e gli arbitri di ogni sorta spargono il terrore. Dopo aver messo in salvo gli averi, le famiglie chiedono in massa un rifugio. Mentre sul portone del palazzo apostolico si affollano gli abitanti di Castel Gandolfo, all’estremità opposta della villa, dagli ingressi della fattoria, affluiscono quelli di Albano e dei paesi vicini.
Ben fortunati i castellani anche in questo privilegio: il Papa riserva a loro la sua dimora. Essi vi possono disporre, con la comodità consentita dalle circostanze, i propri alloggi. Divisione dei sessi, interi parentadi riuniti in otto o dieci per stanza, ma con acqua corrente, illuminazione, gabinetti di decenza: tutto quello che può offrire una residenza pontificia.

Dopo parecchi secoli il palazzo papale è ridiventato la rocca del castello, entro la quale il popolo si raccoglie e si prepara a un assedio, che nessuno può ora prevedere quanto sarà lungo e periglioso.
Quelli di Albano e della campagna circostante devono invece accontentarsi degli altri edifici della villa, delle costruzioni della fattoria, e delle varie dipendenze di essa. Ad assorbire una siffatta moltitudine, in cerca affannosa di un tetto, ben si presta la immensa villa di Propaganda Fide, separata soltanto da un basso muro da quella papale, a cui ora la collega un passaggio di fortuna, facendo un corpo solo con essa. E, a

Propaganda, poterono stiparsi, come fu rivelato poi da un censimento, non meno di 3500 persone, tra cui intere comunità religiose.

Castel Gandolfo, Francesco e la beatificazione di Pacelli

Bertello: l’Appartamento vaticano museo? Lasciamo cantare le passere

Alessandro Notarnicola | 22 ott 2016 | farodiroma.it
Pio XII nella Cappella della residenza estiva di Castel Gandolfo

Papa Pio XII nella Cappella della Madonna di Czestochowa, nella residenza estiva di Castel Gandolfo

Che a Papa Francesco non piacciano i palazzi è ormai ben chiaro a tutti, lo ha dimostrato il giorno della sua elezione quando ha lasciato le sue poche cose a Casa Santa Marta non permettendo che venissero aperte neppure le persiane dell’appartamento del Palazzo Apostolico in Vaticano troppo grande, dispersivo e solitario per i suoi gusti. Dalla scelta della piccola e modesta stanza di Santa Marta a restare in Vaticano per tutta l’estate è stato un attimo, difatti dal 13 marzo 2013 Bergoglio non si è recato in villeggiatura neppure una volta alla residenza estiva dei Papi di Castel Gandolfo se non per andare a far visita al suo Predecessore Benedetto XVI ritiratosi lì il 28 febbraio 2013 prima di trasferirsi definitivamente nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano.

Ci sono voluti tre anni ma la decisione è arrivata senza tardare poi così tanto. Nel piano della spending review bergogliana è stato infatti introdotto anche il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo che da oggi è ufficialmente aperto al pubblico. Dopo i Giardini di Villa Barberini e la Galleria dei Ritratti dei Pontefici, per la prima volta nella storia i più curiosi potranno visitare le segrete – nonché intime – stanze dell’Appartamento pontificio in un percorso ideato e gestito dai Musei Vaticani e fortemente voluto dagli abitanti della piccola cittadina che ai papi deve tutto il su fermento commerciale, economico e turistico.

Ma se Francesco decidesse di cambiare le cose persino in Vaticano? Se anche il Palazzo Apostolico venisse aperto al grande pubblico entrando a far parte degli alettanti e non tanto costosi pacchetti turistici dei Musei Vaticani? Se la sua Chiesa in uscita fosse anche questo?

Si è ironizzato molto sulla stampa in questi giorni su questa possibilissima eventualità ma il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dei rappresentanti delle istituzioni locali, interpellato dal FarodiRoma, ha risposto: “lasciamo cantare le passere, questa decisione del Santo Padre ha ben altri significati, molto più storici”.

Sì, ma quali Eminenza?

Papa Pio XII passeggia nei giardini della residenza estiva di Castel Gandolfo

Papa Pio XII passeggia nei giardini della residenza estiva di Castel Gandolfo

Papa Francesco ha avuto questo perché la gente possa visitare laddove i Pontefici passavano la loro vita quotidiana durante l’estate, è questo il significato primo, vedere la modestia dell’appartamento dove non si trovano cose molto lussuose. Poi, ritengo che il desiderio del Santo Padre sia di far conoscere alla gente anche dove Pio XII ha ospitato tanti rifugiati durante le guerra portando in salvo tante persone, prime le famiglie di ebrei perseguitati.

Questo si inserisce nel tormentato processo di beatificazione di Pacelli?

Ma certamente, non ho dubbi. A Castel Gandolfo furono migliaia gli ebrei e i civili a essere tratti in salvo in queste stanze, in questi atri, in questi spazi, ma anche a Roma quanti ne ha salvati? Porto l’esempio tipico: io sono stato Nunzio Apostolico in Italia e ho vissuto nella sede della Nunziatura italiana che negli anni passati era di proprietà di una famiglia ebrea che nel corso delle persecuzioni e del secondo conflitto mondiale è stata protetta dalla Chiesa e per gratitudine, in seguito alla Liberazione, decise di donare la sua proprietà al Vaticano e al Santo Padre che l’ha destinata alla Nunziatura. Inoltre, non meno importante risulta l’aneddoto della camera da letto del Papa che tra il 1942 e il 1944 fu più volte trasformata in una sala parto dove in quei mesi nacquero circa 50 bambini e molti di loro furono battezzati con il nome Eugenio come segno di riconoscenza delle famiglie verso il Papa.

Importanza solo storica o anche economica per Castel Gandolfo?

Beh, certamente, mi auguro di cuore che il desiderio del Papa risollevi l’economia di questa cittadina storica. Lo spero perché la gente che verrà qui si fermerà e sarà invogliata a vedere la bellezza di Castel Gandolfo ripercorrendo la storia e gli aneddoti che la uniscono irrimediabilmente alla storia dei Papi.

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Santa Messa in San Pietro nell’anniversario della morte di Papa Pio XII

cua6rkpwyaahdyg-jpg-largeIn occasione della celebrazione dei 58 anni dalla morte del Venerabile Papa Pio XII – il 9 ottobre 1958 -, per le cure del Comitato Papa Pacelli che ne promuove la causa di canonizzazione, il giorno sabato 15 ottobre 2016, alle ore 11.00, S. Em.za Rev.ma il Cardinale Dominique Mamberti, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (in foto), ha presieduto la Santa Messa all’altare di San Pietro, nelle Grotte Vaticane ove riposa il corpo di Papa Pacelli.

Prima della celebrazione, ai partecipanti è stata offerta l’occasione di transitare per la Porta Santa della Basilica, in modo da lucrare l’Indulgenza giubilare. L’appuntamento era fissato per le ore 10.00 presso la Porta del Petriano, in Piazza del Sant’Uffizio. Da lì, i fedeli sono stati accompagnati direttamente alla Porta Santa, e quindi alle Grotte Vaticane ove si è tenuta la celebrazione. Al termine, è stato possibile pregare presso la tomba del Papa Pio XII, generalmente chiusa al pubblico per ragioni di sicurezza.

«Si apre un lembo luminoso di cielo»

Con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, nel 1950, il Papa Pio XII proclama solennemente come verità di fede che «l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Il 1 novembre 1950, al termine del rito con cui il dogma è formalmente proposto alla Chiesa intera, il Papa rivolge alcune parole dense di fede ai fedeli che affollavano Piazza San Pietro. Le riproponiamo qui quasi integralmente, in preparazione dell’imminente festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria al cielo (15 agosto).Cattura

Per imperscrutabile disegno divino, sugli uomini della presente generazione, così travagliata e dolorante, smarrita e delusa, ma anche salutarmente inquieta nella ricerca di un gran bene perduto, si apre un lembo luminoso di cielo, sfavillante di candore, di speranza, di vita beata, ove siede Regina e Madre, accanto al Sole della giustizia, Maria.

In questo giorno di letizia, da questo squarcio di cielo, insieme con l’onda dell’angelica esultanza, che si accorda con quella di tutta la Chiesa militante, non può non discendere sulle anime un torrente di grazie e d’insegnamenti, suscitatori fecondi di rinnovata santità. delusa, ma anche salutarmente inquieta nella ricerca di un gran bene perduto, si apre un lembo luminoso di cielo, sfavillante di candore, di speranza, di vita beata, ove siede Regina e Madre, accanto al Sole della giustizia, Maria.

Perciò a così eccelsa creatura Noi leviamo fidenti gli occhi da questa terra, in questo nostro tempo, tra questa nostra generazione, e a tutti gridiamo : in alto i cuori!

Alle tante anime inquiete ed angosciate, triste retaggio di una età sconvolta e turbolenta, anime oppresse ma non rassegnate, che non credono più alla bontà della vita e solo ne accettano, quasi costrette, l’istante, l’umile ed ignorata fanciulla di Nazaret, ora gloriosa nei cieli, aprirà visioni più alte, e le conforterà a contemplare a quale destino e a quali opere fu sublimata Colei, che, eletta da Dio ad essere Madre del Verbo incarnato, accolse docile la parola del Signore.

E voi, più particolarmente vicini al Nostro cuore, ansia tormentosa dei Nostri giorni e delle Nostre notti, sollecitudine angosciosa d’ogni nostra, ora, voi, poveri, malati, profughi, prigionieri, perseguitati, braccia senza lavoro e membra senza tetto, sofferenti di ogni genere e di ogni paese; voi a cui il soggiorno terreno sembra dar solo lacrime e privazioni, per quanti sforzi si facciano e si debbono fare, affine di venirvi in aiuto, — innalzate lo sguardo verso Colei, che prima di voi percorse le vie della povertà, del disprezzo, dell’esilio, del dolore, la cui anima stessa fu trafitta da una spada ai piedi della Croce, ed ora fissa non titubante l’occhio nell’eterno lume.

A questo mondo senza pace, martoriato dalle reciproche diffidenze, dalle divisioni, dai contrasti, dagli odi, perchè in esso è affievolita la fede e quasi spento il senso dell’amore e della fraternità in Cristo, mentre supplichiamo con tutto l’ardore che l’Assunta segni il ritorno del calore d’affetto e di vita nei cuori umani, non Ci stanchiamo di rammentare che nulla mai deve prevalere sul fatto e sulla consapevolezza di essere tutti figli di una medesima Madre, Maria, che vive nei cieli, vincolo di unione per il Corpo mistico di Cristo, quale novella Eva, e nuova madre dei viventi, che tutti gli uomini vuol condurre alla verità e alla grazia del suo Figlio divino.

Qui il testo integrale.

Pio XII e la Madonna Nera

Un particolare dell'icona della Vergine Nera di Częstochowa; i segni sul volto sono quelli dei colpi d'ascia degli Ussiti, nel 1430.

Un particolare dell’icona della Vergine Nera di Częstochowa; i segni sul volto sono quelli dei colpi d’ascia degli Ussiti, nel 1430.

La Madonna è «una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione». Lo ha ricordato il Papa, nel suo viaggio in Polonia per la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, nell’omelia al Santuario di Częstochowa. E proprio quella Vergine, venerata da secoli nel cuore della Polonia, con il suo sguardo dolcissimo dà concretezza a questa cura materna.

L’icona della Madonna Nera è legata con un filo speciale ai Papi del Novecento; non solo a Giovanni Paolo II – almeno a partire da Papa Pio XI. Fu lui, infatti, – che in Polonia era stato Nunzio Apostolico – a volere una riproduzione di quella venerata immagine nella cappella della residenza papale di Castel Gandolfo, nei lavori di ristrutturazione che si conclusero nel 1938. Da allora, la Madonna bruna Regina della Polonia ha raccolto la preghiera del Vicario di Cristo, soprattutto nei momenti di distensione dal lavoro romano – tra le pareti della cappella che raffigurano, con le belle pitture di Rosen di Leopoli, la resistenza di Czestochowa nel 1655 contro gli svedesi e la vittoria contro i bolscevichi nel 1920.

E, dei Papi della seconda metà del Novecento, chi ha “goduto” di più di Castel Gandolfo è stato senz’altro Eugenio Pacelli. Pio XII amava molto quella residenza, e vi “fuggiva” appena poteva, soprattutto nei mesi da aprile ad ottobre, quando a Roma il sole è (o almeno era fino a qualche

Pio XII in preghiera nella Cappella di Castel Gandolfo; sull'altare, una riproduzione della Madonna di Częstochowa; sulle pareti, dipinti della resistenza polacca.

Pio XII in preghiera nella Cappella di Castel Gandolfo; sull’altare, una riproduzione della Madonna di Częstochowa; sulle pareti, dipinti della resistenza polacca, commissionati da Papa Pio XI.

tempo fa) splendidamente forte. Amava così tanto quella villa sul Lago di Albano che quando decise di rinunciarvi, per tutti gli anni della guerra, per non sentirsi diverso dai tanti figli che le vacanze non potevano permettersele, non si trattò sul serio di una rinuncia da poco.

Nella cappella di quella villa, dunque, Pio XII trascorse tanta parte della sua preghiera; tanto che sono davvero poche le foto del Papa in preghiera privata nella cappella del Palazzo Apostolico, ma ve ne sono invece molte di lui inginocchiato davanti alla Madonna Nera nella villa estiva. E proprio l’ultima foto “ufficiale” del Papa, poche settimane prima di morire, lo ritrae su quell’inginocchiatoio, con gli occhi fissi al volto della Madonna di Częstochowa, a Castel Gandolfo, dove morì, nell’ottobre del 1958. Continua a leggere

Elie Wiesel, Pio XII, Papa Francesco. Quando il silenzio nasce dalla parola

di Alessandro Notarnicola • @Alessandro_news

Schermata 2016-07-29 alle 13.43.48Tre personalità diverse eppure accomunate da una stessa scelta: restare in silenzio davanti alle atrocità commesse dall’uomo verso l’altro uomo, forse perché aggiungere parole ad altre parole rischierebbe l’ottenimento di un effetto non voluto, banalizzare la storia. Quando padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ha dichiarato che Papa Francesco ad Auschwitz e Birkenau non avrebbe pronunciato neppure una preghiera a voce alta, i media si sono chiesti la ragione per cui Bergoglio, il Papa della comunicazione, avesse scelto il silenzio a un grido di denuncia, di orrore e di misericordia verso coloro che ieri e oggi “fanno la guerra perché hanno perduto la pace”. Il Papa incurante delle critiche e degli interrogativi, che probabilmente gli saranno rivolti dai giornalisti sul volo di ritorno da Cracovia, con il suo silenzio di rispetto verso le vittime della Shoah e che contempla i morti del terrorismo odierno, ha voluto mostrare al mondo che non necessariamente il Vicario di Cristo in terra deve esprimersi con le parole per dire la sua. I papi non sempre parlano, ma ciò non significa che non intervengono.

Dal silenzio di Bergoglio alle tante, moltissime, parole non dette da Papa Pacelli, il Pontefice che ha vissuto la tempesta dei due conflitti mondiali, il primo in veste di Sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari e il secondo come Successore di Pietro, per decenni posto al centro di una querelle che di fatto rallenta il processo della causa di canonizzazione. Alcuni storici ritengono che i silenzi pacelliani siano stati più eloquenti e fruttuosi di quanto si possa credere: ed è infatti un dato chiaro e per niente discutibile il numero di persone che la Chiesa cattolica ha portato in salvo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 del XX secolo. Solo nella città di Roma all’incirca 10.000-12.000 sopravvissero nascondendosi in chiese e stabili di proprietà della Santa Sede, Vaticano compreso. Allora ci domandiamo: questo dato è un silenzio o una parola?
A volte il silenzio è più fruttuoso della parola, lo ricorda anche Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2012. Gesù tacque sulla Croce, perché i papi non possono tacere? Continua a leggere