Pio XII e la Madonna Nera

Un particolare dell'icona della Vergine Nera di Częstochowa; i segni sul volto sono quelli dei colpi d'ascia degli Ussiti, nel 1430.

Un particolare dell’icona della Vergine Nera di Częstochowa; i segni sul volto sono quelli dei colpi d’ascia degli Ussiti, nel 1430.

La Madonna è «una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione». Lo ha ricordato il Papa, nel suo viaggio in Polonia per la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, nell’omelia al Santuario di Częstochowa. E proprio quella Vergine, venerata da secoli nel cuore della Polonia, con il suo sguardo dolcissimo dà concretezza a questa cura materna.

L’icona della Madonna Nera è legata con un filo speciale ai Papi del Novecento; non solo a Giovanni Paolo II – almeno a partire da Papa Pio XI. Fu lui, infatti, – che in Polonia era stato Nunzio Apostolico – a volere una riproduzione di quella venerata immagine nella cappella della residenza papale di Castel Gandolfo, nei lavori di ristrutturazione che si conclusero nel 1938. Da allora, la Madonna bruna Regina della Polonia ha raccolto la preghiera del Vicario di Cristo, soprattutto nei momenti di distensione dal lavoro romano – tra le pareti della cappella che raffigurano, con le belle pitture di Rosen di Leopoli, la resistenza di Czestochowa nel 1655 contro gli svedesi e la vittoria contro i bolscevichi nel 1920.

E, dei Papi della seconda metà del Novecento, chi ha “goduto” di più di Castel Gandolfo è stato senz’altro Eugenio Pacelli. Pio XII amava molto quella residenza, e vi “fuggiva” appena poteva, soprattutto nei mesi da aprile ad ottobre, quando a Roma il sole è (o almeno era fino a qualche

Pio XII in preghiera nella Cappella di Castel Gandolfo; sull'altare, una riproduzione della Madonna di Częstochowa; sulle pareti, dipinti della resistenza polacca.

Pio XII in preghiera nella Cappella di Castel Gandolfo; sull’altare, una riproduzione della Madonna di Częstochowa; sulle pareti, dipinti della resistenza polacca, commissionati da Papa Pio XI.

tempo fa) splendidamente forte. Amava così tanto quella villa sul Lago di Albano che quando decise di rinunciarvi, per tutti gli anni della guerra, per non sentirsi diverso dai tanti figli che le vacanze non potevano permettersele, non si trattò sul serio di una rinuncia da poco.

Nella cappella di quella villa, dunque, Pio XII trascorse tanta parte della sua preghiera; tanto che sono davvero poche le foto del Papa in preghiera privata nella cappella del Palazzo Apostolico, ma ve ne sono invece molte di lui inginocchiato davanti alla Madonna Nera nella villa estiva. E proprio l’ultima foto “ufficiale” del Papa, poche settimane prima di morire, lo ritrae su quell’inginocchiatoio, con gli occhi fissi al volto della Madonna di Częstochowa, a Castel Gandolfo, dove morì, nell’ottobre del 1958. Continua a leggere

Elie Wiesel, Pio XII, Papa Francesco. Quando il silenzio nasce dalla parola

di Alessandro Notarnicola • @Alessandro_news

Schermata 2016-07-29 alle 13.43.48Tre personalità diverse eppure accomunate da una stessa scelta: restare in silenzio davanti alle atrocità commesse dall’uomo verso l’altro uomo, forse perché aggiungere parole ad altre parole rischierebbe l’ottenimento di un effetto non voluto, banalizzare la storia. Quando padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ha dichiarato che Papa Francesco ad Auschwitz e Birkenau non avrebbe pronunciato neppure una preghiera a voce alta, i media si sono chiesti la ragione per cui Bergoglio, il Papa della comunicazione, avesse scelto il silenzio a un grido di denuncia, di orrore e di misericordia verso coloro che ieri e oggi “fanno la guerra perché hanno perduto la pace”. Il Papa incurante delle critiche e degli interrogativi, che probabilmente gli saranno rivolti dai giornalisti sul volo di ritorno da Cracovia, con il suo silenzio di rispetto verso le vittime della Shoah e che contempla i morti del terrorismo odierno, ha voluto mostrare al mondo che non necessariamente il Vicario di Cristo in terra deve esprimersi con le parole per dire la sua. I papi non sempre parlano, ma ciò non significa che non intervengono.

Dal silenzio di Bergoglio alle tante, moltissime, parole non dette da Papa Pacelli, il Pontefice che ha vissuto la tempesta dei due conflitti mondiali, il primo in veste di Sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari e il secondo come Successore di Pietro, per decenni posto al centro di una querelle che di fatto rallenta il processo della causa di canonizzazione. Alcuni storici ritengono che i silenzi pacelliani siano stati più eloquenti e fruttuosi di quanto si possa credere: ed è infatti un dato chiaro e per niente discutibile il numero di persone che la Chiesa cattolica ha portato in salvo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 del XX secolo. Solo nella città di Roma all’incirca 10.000-12.000 sopravvissero nascondendosi in chiese e stabili di proprietà della Santa Sede, Vaticano compreso. Allora ci domandiamo: questo dato è un silenzio o una parola?
A volte il silenzio è più fruttuoso della parola, lo ricorda anche Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2012. Gesù tacque sulla Croce, perché i papi non possono tacere? Continua a leggere

Régnez sur les cœurs, Notre Dame!

Cattura

Du fond de cette terre de larmes, où l’humanité souffrante se traîne péniblement, dans les remous d’une mer sans cesse agitée par le vent des passions, nous levons les yeux vers Vous, ô Marie, Mère très aimée, pour puiser du réconfort dans la contemplation de Votre gloire et pour Vous saluer Reine et Maîtresse des cieux et de la terre, Notre Reine et Notre Dame.

Régnez sur les intelligences, afin qu’elles ne recherchent que la vérité; sur les volontés, afin qu’elles ne suivent que le bien; sur les cœurs, afin qu’ils aiment uniquement ce que Vous aimez Vous-même. Régnez sur les individus et sur les familles, comme sur les sociétés et les nations; sur les assemblées des puissants, sur les conseils des sages, comme sur les aspirations des humbles. Régnez sur les routes et sur les places publiques, dans les cités et les villages, dans les vallées et les montagnes, dans les airs, sur terre et sur mer; et accueillez la prière de ceux qui savent que Votre royaume est un royaume de miséricorde, où toute supplication est entendue, toute douleur réconfortée, toute infortune soulagée, toute infirmité guérie et où, comme sur un signe de Vos très douces mains, la vie renaît souriante de la mort elle-même.

1er novembre 1954

Dal profondo di questa terra di lacrime, Continua a leggere

«Vogliamo essere il Papa della Gioventù»

gmg-2016-ita_smallIn occasione della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Cracovia dal 26 luglio del 2016, pubblichiamo alcune parole rivolte da Papa Pio XII ai giovani in occasione di un incontro a Roma, l’8 dicembre 1947. Al di là del linguaggio che oggi ci sembra distante, siamo sicuri che il messaggio è ancora capace di incoraggiare il cuore dei giovani ad un apostolato oggi tanto più urgente di allora.

Grande è la Nostra letizia nell’accogliervi, diletti figli, Gioventù cattolica della Roma eterna, Gioventù della Nostra diocesi. Voi volete essere la Gioventù del Papa. Ebbene, Noi vogliamo essere il Papa della Gioventù. Giovane e vecchio non si misurano dal numero degli anni. È giovane e resta giovane chi crede e confida, chi osa e agisce.

L’avvenire è della gioventù, ma della gioventù che avrà saputo conquistarlo e dominarlo. A più forte ragione deve appartenere a voi, che volete essere una milizia di avanguardia della Gioventù cattolica d’Italia, che volete marciare in prima fila, quando si tratta di conservare Dio alla vostra cara patria.

Coscienti della vostra missione, voi attendete da Noi la consegna. Eccola: l’ora presente ve la detta in forma perentoria, come un triplice monito: chiari principi, coraggio personale, unione indissolubile della religione e della vita.

Chiari principi. Noi vediamo brillare nei vostri sguardi, sentiamo vibrare nelle vostre voci l’entusiasmo che trabocca dai vostri cuori: per Cristo, per la Chiesa, per il Papato. Ma instabile è l’entusiasmo del solo sentimento; superficiale ed effimero è il fervore frutto di sola abitudine. Se non si vuole che quel bell’entusiasmo si sgonfi un giorno come un pallone nelle mani di un fanciullo, bisogna che esso sorga da una convinzione chiara e forte. Bisogna che voi abbiate dell’oggetto della vostra fede una cognizione ragionata e profonda. Bisogna che questo oggetto vi apparisca nello splendore della sua verità, della sua purezza, della sua potenza, nella pienezza delle sue esigenze. Bisogna che voi sappiate perchè la dottrina cattolica ha la ragione dalla sua parte.

Così non si vedranno più, in mezzo a voi, quei giovani incostanti che, dopo aver trascorso piamente gli anni dell’adolescenza, cominciano ben presto a dubitare, a vacillare, forse anche a staccarsi dalla Chiesa, unicamente perchè il loro pensiero è gravato da equivoci e da ignoranza nelle cose della fede, perchè il loro misero corredo in materia religiosa consiste in nozioni vaghe, incomplete, imprecise, che con l’età si fondono come neve al sole. Perciò voi dovete essere capaci di rendere ragione delle vostre convinzioni; dovete esser giovani forti, come querce saldamente piantate, non quasi canne sbattute dal vento, spiriti deboli che ogni difficoltà confonde e sconcerta. La scienza cattolica ha profondamente esplorato sotto ogni aspetto le questioni riguardanti la religione, la redenzione, la Chiesa. Tocca a voi far proprie le sue conclusioni, le sue soluzioni, le sue risposte, affinchè la vostra fede sia in voi viva e feconda. Tale è il vostro primo dovere.

foto-papa-Francesco-con-i-giovani-a-Castelpetroso-990x660Coraggio personale. Non vi meravigliate, diletti figli, se, parlando del coraggio, Noi vogliamo sottolineare precisamente la parola «personale». Formare un blocco solido, compatto, qual è il vostro, animato non da propositi di violenza, ma di doverosa e leale difesa dei più alti e sacri ideali, è senza dubbio cosa eccellente; gli uni sostengono gli altri, mutuamente, fraternamente, e in tal modo l’ardimento diviene più facile. Ma questo coraggio deve mostrarsi anche, se voi, in qualche luogo, in un determinato momento, per particolari circostanze, veniste a trovarvi in minoranza, in pochi, forse anche soli, di fronte ad avversari più numerosi ed audaci. Siete voi pronti a resistere fino all’ultimo, contro tutti, nell’affermazione della legge di Dio, nella difesa della fede e della Chiesa, — dobbiamo anzi oggidì aggiungere: nella tutela dell’ordine, del progresso e della pace sociale, ogniqualvolta il bene comune richiedesse la vostra collaborazione?

Unione indissolubile della religione e della vita. Non di rado la Chiesa dei primi secoli è stata chiamata e rappresentata come la «Chiesa delle catacombe», quasi che i cristiani di allora fossero stati soliti di vivere colà nascosti. Nulla di più inesatto: quelle necropoli sotterranee, destinate principalmente alla sepoltura dei fedeli defunti, non servirono anche come luoghi di rifugio, se non, forse, talvolta in tempi di violente persecuzioni. La vita dei cristiani, in quei secoli contrassegnati dal sangue, si svolgeva nel mezzo delle vie e delle case, all’aperto. Essi «non vivevano appartati dal mondo; frequentavano, come gli altri, il foro, i bagni, le officine, le botteghe, i mercati, le piazze pubbliche; esercitavano le professioni di marinai, di soldati, di coltivatori, di commercianti» (Tertulliano). Voler fare di quella Chiesa valorosa, pronta sempre a star sulla breccia, una società d’imboscati, viventi nei nascondigli per vergogna o per pusillanimità, sarebbe un oltraggio alla loro virtù. Essi erano pienamente consapevoli del loro dovere di conquistare il mondo a Cristo, di trasformare secondo la dottrina e la legge del divin Salvatore la vita privata e pubblica, donde una nuova civiltà doveva nascere, un’altra Roma doveva sorgere sui sepolcri dei due Principi degli Apostoli. E raggiunsero la mèta. Roma e l’Impero romano divennero cristiani.

La missione della Chiesa e di ognuno dei suoi fedeli è rimasta sempre la stessa: ricondurre a Cristo tutta la vita, la propria, la privata, la pubblica; non darsi tregua, finchè la sua dottrina e la sua legge non l’abbiano interamente rinnovata e plasmata. Egli è il nostro Signore, il nostro Re, la nostra pace. Anzi, quanto più violenti sono oggi gli sforzi della incredulità e della irreligione per allontanare Cristo e la sua Chiesa dal cammino della umanità, tanto più le file della milizia cristiana, e particolarmente della gioventù, debbono stringersi e combattere per i diritti sovrani di Cristo e la libertà della Chiesa, dai quali dipende non solo la eterna salute delle anime, ma anche la dignità e la felicità degli uomini sulla terra, l’ordine civile, la giustizia e la pace. Qui ogni vivisezione è mortale; non si uccide il cristiano, senza sopprimere con lo stesso colpo il cittadino e l’onesto uomo. Quando la vita cessa di essere cristiana, è esposta a cadere ben presto nella inciviltà e nella barbarie.

Diletti figli! Oggi noi festeggiamo il trionfo della Immacolata, che col suo piede verginale ha schiacciato il capo del serpente, e di cui la Chiesa canta la lode: Tu sola hai distrutto tutte le eresie, tutti gli errori, tutti i falsi sistemi, che promettono al genere umano di condurlo alla perfezione, di elevarlo al colmo della felicità, ed invece lo precipitano nell’abisso della corruzione e della rovina. Alla protezione di questa Vergine pura e forte, Madre di Dio e Madre nostra, Noi affidiamo voi, Giovani cattolici di Roma, e con voi la Gioventù cattolica del vostro Paese e di tutti i popoli, affinchè vi schieriate sotto il suo scettro, lottiate sotto il suo vessillo, avanziate senza timore sotto la sua guida. Ella, la Sede della sapienza, la Vergine fedele, la Vergine potente, l’Ausilio dei cristiani, la Regina della pace, vi porterà sicuramente alla vittoria.

Qui il testo completo.

«Scrivo a voi, giovani…»

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Il 7 aprile 1947, Pio XII riceve più di millecinquecento studenti francesi, tra universitari e alunni delle scuole superiori; ad essi rivolge delle preziose parole, tranendo spunto dalle parole di San Giovanni: «Voi avete vinto il maligno». Riproponiamo alcuni passaggi di quel discorso, che forse può aiutare ad entrare nel clima della prossima Giornata Mondiale della Gioventù, a Cracovia.

   L’apostolo San Giovanni, nella sua meravigliosa lettera ai fedeli, dimostra una grande predilezione per la gioventù: «Scrivo a voi, o giovani, perché siate forti, e la parola di Dio dimora in voi ed avete vinto il maligno» (1 Gv 2, 14). Simile gioia proviamo Noi, figli e figlie carissimi, nell’accogliere qui, in voi, tutta la gioventù, la bella gioventù studentesca, intellettuale, e nell’esprimerle, con le parole dell’Apostolo San Giovanni, il Nostro singolare affetto e la fiducia che in essa poniamo.
Lo spirito maligno, che non si dà mai per vinto, raddoppia in questo tempo i suoi sforzi nella lotta contro la Santa chiesa e contro ogni società umana ben ordinata, contro Dio stesso e contro Cristo. È l’accanimento che vi mette sembrerebbe far presagire la soluzione definitiva in suo favore, se non sapesse che la lotta durerà fino alla fine del mondo e si risolverà nella vittoria di Cristo e nel trionfo finale della Sua Chiesa. Intanto, lo spirito del male dissemina rovine, fa innumerevoli vittime: vittime quelli che, ciecamente, si lasciano vincere, deportare, rendere schiavi da lui; vittime pure, – fortunate sì, ma doloranti -, quelli che perseverano nella santa libertà dei figli di Dio, a prezzo di eroici sacrifici. Continua a leggere

«Quella notte del 1944». Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII.

di Antonio Nogara | ® L’Osservatore Romano, 6.07.2016

Tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014)— figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 fino alla morte nel 1954, e di Maria Albani, insegnante e traduttrice — il cugino Bernardino Osio ha ritrovato uno scritto inedito datato 11 marzo 2013. Il testo, che pubblichiamo per intero con lievi ritocchi formali, aggiunge un’importante testimonianza di prima mano sul progettato sequestro di Pio XII da parte dei nazisti durante il terribile inverno dell’occupazione di Roma.

19285_19285Nella Roma “città aperta” del 1943 e 1944 il linguaggio corrente annoverava, con molta frequenza, le parole allontanarsi, eclissarsi, imbucarsi, nascondersi, scappare, scomparire, con riferimento alle persone, e celare, mascherare, mimetizzare, occultare, rispetto alle cose; parole tutte in contrapposizione ad arresti, deportazioni, razzie, retate, requisizioni, sequestri, termini rivelatori dell’allora travagliata situazione.

Pur con l’afflusso di profughi in cerca di assistenza e rifugio, la sovrappopolata Urbe appariva quasi deserta. Pressoché totalmente aboliti passeggi, ricevimenti, intrattenimenti in genere; le “sortite”, talvolta ai limiti dell’avventura, erano destinate alla ricerca dello stretto necessario da reperire il più possibile vicino, percorrendo preferibilmente vicoli, stradine, piazzette ove contiguità di negozi, portoni e svincoli offrivano maggiori possibilità di occultarsi o vie di fuga.

A sera tutti a casa, intorno a gracchianti radio, di limitate e disturbate ricezioni, col volume al minimo, in cerca di informazioni, o impegnati, con familiari e condomini, in prolungate partite a briscola, scopa e giochi simili, ma sempre con le orecchie tese ad avvertire il pericolo incombente nel rumore sospetto del passo cadenzato di una ronda, un secco comando militare, il rumore di un veicolo, uno sparo… Continua a leggere

Card. Piacenza: “Imploriamo la Madonna per la beatificazione di Pio XII”

da Zenit. Il mondo visto da Roma | 14 giugno 2016

“In quel tempo di prove terribili, che è stato il secolo scorso”, il Signore ha voluto donarci “un grande operaio per la Sua messe” nel Venerabile Pio XII. Lo ha detto, nell’omelia pronunciata ieri presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella, il card. Mauro Piacenza, penitenziere maggiore presso il Tribunale della Penitenzieria Apostolica.

Il porporato ha celebrato la Messa a seguito di un evento dedicato a Pio XII nella chiesa in cui Eugenio Pacelli fu giovane sacerdote. Ancora oggi è ben visibile il suo confessionale, su cui è stata apposta una piccola targa che lo ricorda. L’iniziativa, promossa dal Comitato Papa Pacelli, pope-pius-xiiha visto, dopo il saluto del Padre Preposito dell’Oratorio di Roma, padre Rocco Camillò, un intervento di padre Marc Lindeijer, Vicepostulatore della causa di beatificazione di Pio XII.

“In questa chiesa della Vallicella – ha spiegato il card. Piacenza – il giovane Eugenio, con i suoi coetanei, partecipava ai servizi di Culto e diventò molto presto Prefetto delle Cerimonie, grazie alla intensa pietà, alla diligenza e alla precisione, con cui compiva i gesti propri della Liturgia, annuncio e profezia della sacerdotale dignità, con la quale ha esercitato il supremo ministero apostolico, annientando completamente il proprio io, la propria personalità, per identificarsi totalmente con il compito ricevuto da Dio”.

Compito che svolgeva con zelo nel Confessionale. È qui – ha sottolineato Piacenza – che “tutta la sua sapienza e la sua stessa profonda e vastissima preparazione, unite alla sua esperienza ascetica, si trasformavano, plasmate dalla carità pastorale, in autentico abbraccio paterno, capace di diventare profondo e attento discernimento, mai cedevole allo scrupolo e avente, come unico orizzonte, il bene integrale della persona, non limitato all’orizzonte terreno, ma capace di mostrare e di trasmettere quello sguardo soprannaturale, che solo i santi sanno vivere e di cui oggi la pastorale ha davvero struggente bisogno”.

Il card. Piacenza si è poi soffermato sull’amore di Pio XII nei confronti di Roma, per la quale “era pronto a dare la vita”. Ha ricordato il penitenziere maggiore che “quando la città fu occupata e gli fu consigliato caldamente di mettersi in salvo, lasciando l’Urbe, fu sempre decisa e immutata la sua risposta: ‘Non lascerò mai Roma e il mio posto, anche se dovessi morire’.

“Roma, tuttavia, non significò mai, per Pio XII, semplicemente una città, ma ‘la’ città, l’Urbe dai sacri destini, Roma era per lui sinonimo di cattolicità, di universalità, ben consapevole che il compito del Vescovo di Roma è principalmente – e con esso coincide – quello di Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica”.

“Potremmo chiederci da dove scaturisce tanta grandezza, da dove emerge una così poderosa capacità di incidere nella storia, nella Chiesa, nel corpo sociale e nella pietà dei fedeli”, soggiunge il card. Piacenza. Che prosegue: “Certamente da una straordinaria intelligenza e preparazione, ma non di meno dalla sua vita spirituale intensissima, fino alla mistica! Cerchiamo qui il segreto di una santità, che dalla Madonna alla quale in questa chiesa il giovane Eugenio ‘diceva tutto’, imploriamo possa venire presto riconosciuta con la attesa beatificazione, a gloria di Dio e per l’edificazione di tutti!”.

Alle radici della vita cristiana e sacerdotale di Pio XII

03-06-1Pubblichiamo di seguito l’omelia tenuta da S. Em. R. il Card. Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, lunedì 13 giugno 2016, nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, in occasione dell’evento Alle radici della vita sacerdotale di Pio XII organizzato dal Comitato Papa Pacelli.

[Is 61,1-3; Sal 18; Lc 10,1-9]

«La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe» (Lc 10,2).
La preghiera incessante, che la Chiesa ha innalzato nei secoli, implorando da Dio il dono di operai per la Sua messe, è stata sempre benevolmente esaudita e sempre lo sarà, poiché Dio ama “passare” per la porta della nostra preghiera. E quale grande operaio Egli ha voluto donarci nel Venerabile Pio XII, Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica, in quel tempo di prove terribili, che è stato il secolo scorso. Alle radici cristiane e sacerdotali della sua vita, vogliamo oggi, insieme, volgere lo sguardo, proprio in questo luogo sacro, che ne ha custodito l’infanzia e ne ha accolto le “primizie” del ministero sacerdotale.

Contemplare i copiosi frutti di una rigogliosa pianta, infatti, non è sufficiente, per comprenderne a fondo la nascita, la crescita e lo sviluppo; è necessario porre lo sguardo, sempre e di nuovo, alle origini, alle radici dei fenomeni, perché in esse, germinalmente, è presente il “tutto”, anche se esso si manifesta solo nel dispiegarsi del tempo. È questo, in fondo, il metodo stesso di Dio, che dona tutto all’inizio e poi attende pazientemente lo sviluppo, che altro non è, se non lo spazio della libertà umana, sostenuta dalla grazia e, perciò, capace di fruttificare, oltre ogni umana attesa.
Quale luogo più adatto, quindi, di questa meravigliosa chiesa di Santa Maria in Vallicella – che chiamiamo affettuosamente “Chiesa Nuova”, dopo oltre quattrocento anni dalla sua edificazione – per respirare l’aria umana, culturale e spirituale, nella quale era immerso il giovane Eugenio Pacelli e per intuire gli elementi, che maggiormente concorsero all’edificazione della sua personalità.
All’altare di San Filippo Neri, egli celebrò la sua seconda Messa, in gratitudine ai Padri dell’Oratorio e, in particolare, a Padre Lais, che lo aveva guidato spiritualmente fin dall’età di otto anni e che lo aveva accompagnato e guidato nel discernimento e nei successivi primi passi vocazionali. Da sacerdote, nel servizio pastorale, che amava svolgere come naturale e necessario complemento dei suoi incarichi istituzionali d’ufficio, gli fu assegnato il confessionale numero quattro, che ancora oggi porta quel numero, unitamente ad una targa che ricorda quell’augusto Confessore.

Chi immaginasse l’infanzia del giovane Eugenio come avvolta in un’aura mistica, priva di tensioni o di problemi, o il novello sacerdote, tutto proiettato verso una brillante e sicura “carriera” ecclesiastica, estranea alle sensibilità pastorali, sarebbe in gravissimo errore. La biografia, sia del giovane adolescente, sia del sacerdote, indica con chiarezza la sua capacità di entrare in profonda relazione con ogni realtà e circostanza, grazie alla progressiva e costante maturazione di un cuore retto, pulito, di un cuore capace di fedeltà a Dio e di virile pazienza, unita ad un’inflessibile determinazione nel perseverare unicamente sulla via del bene. Continua a leggere

«Anche se crollasse San Pietro»

Schermata 2016-06-13 alle 13.03.52Pubblichiamo di seguito il testo dell’introduzione di P. Marc Lindeijer, Vicepostulatore della causa, al Discorso su Il sacro destino di Roma, pronunciato dal Cardinal Pacelli nel 1936. La presentazione si è tenuta a Roma, presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella, il 13 giugno 2016, nel corso della celebrazione «Alle radici della vita sacerdotale di Pio XII» organizzata dal Comitato Papa Pacelli.

È stato il prima papa moderno, Pio XII, Pontefice delle masse e dei mass media. Ma è stato anche – almeno per il momento – l’ultimo vescovo romano di Roma. Riconosciuto subito come tale quando fu eletto: già al nome “Eugenio” la folla in Piazza San Pietro scoppiò in liete grida per dare il benvenuto a Papa Pacelli. La stessa partecipazione ci fu quando, quasi vent’anni dopo, morì. Fanno ancora commovente impressione i filmati del suo corteo funebre che scorreva lungo e lento nelle vespertine strade di Roma.

“Nostra città natale ed episcopale”, così Pio XII chiamò Roma davanti a 7.000 giovani degli istituti medi superiori della città, ricevuti in udienza il 30 gennaio 1949: “Nostra città natale ed episcopale, a Noi quindi doppiamente unita”, disse il Papa ai ragazzi che l’avevano salutato con grande entusiasmo, “in un crescendo di filiale esultanza ed affetto”, secondo la cronaca. Essi avevano, disse il Papa, “un duplice titolo … alla Nostra accoglienza cordialmente paterna”. Questo duplice titolo valeva infatti per tutti i romani. Basti vedere il numero di udienze concesse alle loro rappresentanze, basti vedere quanto spesso papa Pacelli parlasse di Roma per capire come la città gli fosse carissima. Nello stesso mese, il primo gennaio 1949, accogliendo in udienza il sindaco Rebecchini e gli assessori, il Papa lodò il loro lavoro di ricostruzione della città, ancora segnata dalla guerra, e di progressivo ritorno ad una normale vita, lavoro ispirato “alle millenarie e gloriose tradizioni religiose e civili dell’Urbe”. Vide un chiaro legame tra l’opera sociale, già propagata dall’imperatore Marco Aurelio, e l’amore vicendevole comandato da Gesù Cristo. “Possa questo amore”, augurò al sindaco di Roma il suo vescovo, “questo amore, che semina il bene e lo dispensa nella serena letizia del cuore, unire con indissolubili vincoli tutti i figli di Roma, gli amministratori e gli amministrati, quelli che danno e quelli che ricevono, avvicinandoli tutti a Dio!”.

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Sant’Antonio “Dottore dell’Evangelio”

Pubblichiamo di seguito un articolo di A. Gaspari apparso il 12 giugno 2016 su Zenit. Il mondo visto da Roma, alla vigilia della memoria liturgica di Sant’Antonio. Il Santo portoghese, noto in Italia come patavino, fu proclamato, nel 1946, Dottore della Chiesa da Papa Pio XII.

Visione_di_Sant'Antonio_da_PadovaAveva solo 36 anni quando il Signore lo ha ripreso in cielo, ma la sua testimonianza in terra è stata tale che ancora oggi a distanza di 821 anni dalla sua nascita, milioni di persone, lo pregano, lo ricordano, invocano la sua intercessione, e altrettante mettono il suo nome ai figli.

Stiamo parlando di Fernando Martins de Bulhões, noto al mondo come Antonio di Padova, religioso francescano portoghese, proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1232 e dichiarato da Pio XII dottore della Chiesa nel 1946.

Avendolo conosciuto personalmente e in considerazione della mole di miracoli attribuitagli, Papa Gregorio IX lo canonizzò dopo solo un anno dalla morte.

Pio XII, nel 1946 lo ha innalzato tra i Dottori della Chiesa. Gli ha conferito il titolo di ‘Doctor Evangelicus’, in quanto nei suoi scritti e nelle prediche oltrechè nello stile di vita testimoniò in maniera profonda il Vangelo. Continua a leggere