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Francesco contro la leggenda nera su Pio XII

Radio Vaticana | 6.06.2017

Papa Francesco è intervenuto nuovamente contro la “leggenda nera” dei presunti silenzi di Pio XII. Lo ha fatto ieri nell’omelia pronunciata a Casa Santa Marta. Ma già altre volte ha parlato in difesa di Papa Pacelli. Il servizio di Sergio Centofanti:

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Alla fine della Seconda Guerra Mondiale era unanime la gratitudine delle comunità ebraiche per gli interventi di Pio XII in loro favore durante il nazismo. Cambiò tutto con l’uscita, nel 1963, dell’opera teatrale del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, intitolata Il Vicario, promossa dalla propaganda sovietica per denigrare la figura del Pontefice, scomparso nel 1958, e la Chiesa cattolica in un delicato momento storico. La leggenda nera del silenzio di Papa Pacelli è nata in quell’anno.

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Non l’ultimo Papa Principe, ma il primo Papa moderno

Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia tenuta da Mons. Giuseppe Sciacca, Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, alla celebrazione organizzata dal Comitato Papa Pacelli in occasione dell’anniversario della morte di Papa Pio XII, lo scorso 15 ottobre, presso l’Altare alla tomba di San Pietro, nelle Grotte Vaticane. Alla concelebrazione – preceduta dal pellegrinaggio giubilare con passaggio alla Porta Santa della Basilica – prendeva parte anche il Card. Tarcisio Bertone, già Segretario di Stato Vaticano.

dscn5319E’ a tutti nota la pagina evangelica che abbiamo or ora proclamato, nella memoria liturgica di S. Teresa d’Avila, Vergine e Dottore della Chiesa, uno spirito tra i più grandi che abbiano percorso ed espresso la civiltà cristiana e, direi senz’altro, umana “tout court”.

Lì, nell’intimità domestica di Betania, ove l’umanità vera, amabilissima, adorabile del Signore Gesù trovava il desiderato, consolante ristoro, offertogli da quella singolare famigliola di amici e discepoli, costituita dalle due sorelle Marta e Maria, e dal fratello Lazzaro, per il quale Gesù benedetto avrebbe operato il più clamoroso dei suoi prodigi, richiamandolo – già morto da alcuni giorni e deposto nel sepolcro – alla vita; ebbene, in quella dolce, accogliente casetta, nel mentre che vengono da Cristo magistralmente delineati e come sintetizzati i due modelli, i due ideali, le due dimensioni della vita cristiana: l’ideale attivo – rappresentato da Marta, giustamente e doverosamente affaccendata per offrire a Gesù adeguata e attenta, concreta accoglienza – e quello contemplativo – rappresentato da Maria, che pendeva dalle labbra del Divin Maestro e non perdeva nessuna delle parole di verità e di vita pronunciate dal Signore – ebbene il Signore ribadisce, certamente, la superiorità di questa dimensione verticale: “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà mai tolta”. Ma, in fondo – ed è questo il senso dell’episodio evangelico sul quale stiamo brevemente e semplicemente riflettendo – Marta e Maria, azione, impegno attivo, concreto da una parte, e contemplazione, raccoglimento, adorante preghiera sono come le due facce, entrambe imprescindibili e necessarie, della stessa medaglia; convergono nell’unitario ideale della vita cristiana, in cui dimensione orizzontale e dimensione verticale, pensiero e azione, mirabilmente si fondono e si richiamano a vicenda.

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Elie Wiesel, Pio XII, Papa Francesco. Quando il silenzio nasce dalla parola

di Alessandro Notarnicola • @Alessandro_news

Schermata 2016-07-29 alle 13.43.48Tre personalità diverse eppure accomunate da una stessa scelta: restare in silenzio davanti alle atrocità commesse dall’uomo verso l’altro uomo, forse perché aggiungere parole ad altre parole rischierebbe l’ottenimento di un effetto non voluto, banalizzare la storia. Quando padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ha dichiarato che Papa Francesco ad Auschwitz e Birkenau non avrebbe pronunciato neppure una preghiera a voce alta, i media si sono chiesti la ragione per cui Bergoglio, il Papa della comunicazione, avesse scelto il silenzio a un grido di denuncia, di orrore e di misericordia verso coloro che ieri e oggi “fanno la guerra perché hanno perduto la pace”. Il Papa incurante delle critiche e degli interrogativi, che probabilmente gli saranno rivolti dai giornalisti sul volo di ritorno da Cracovia, con il suo silenzio di rispetto verso le vittime della Shoah e che contempla i morti del terrorismo odierno, ha voluto mostrare al mondo che non necessariamente il Vicario di Cristo in terra deve esprimersi con le parole per dire la sua. I papi non sempre parlano, ma ciò non significa che non intervengono.

Dal silenzio di Bergoglio alle tante, moltissime, parole non dette da Papa Pacelli, il Pontefice che ha vissuto la tempesta dei due conflitti mondiali, il primo in veste di Sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari e il secondo come Successore di Pietro, per decenni posto al centro di una querelle che di fatto rallenta il processo della causa di canonizzazione. Alcuni storici ritengono che i silenzi pacelliani siano stati più eloquenti e fruttuosi di quanto si possa credere: ed è infatti un dato chiaro e per niente discutibile il numero di persone che la Chiesa cattolica ha portato in salvo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 del XX secolo. Solo nella città di Roma all’incirca 10.000-12.000 sopravvissero nascondendosi in chiese e stabili di proprietà della Santa Sede, Vaticano compreso. Allora ci domandiamo: questo dato è un silenzio o una parola?
A volte il silenzio è più fruttuoso della parola, lo ricorda anche Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2012. Gesù tacque sulla Croce, perché i papi non possono tacere? Continua a leggere

Francesco: «Fa bene leggere Haurietis Acquas…»

sacro-cuoreRicordo quando Pio XII ha fatto l’Enciclica sul Sacro Cuore, ricordo che qualcuno diceva: “Perché un’Enciclica su questo? Sono cose da suore…”. E’ il centro, il Cuore di Cristo, è il centro della misericordia. Forse le suore capiscono meglio di noi, perché sono madri nella Chiesa, sono icone della Chiesa, della Madonna. Ma il centro è il cuore di Cristo. Ci farà bene questa settimana o domani leggere Haurietis aquas… “Ma è preconciliare!” – Sì, ma fa bene! Si può leggere, ci farà molto bene! Il cuore di Cristo è un cuore che sceglie la strada più vicina e che lo impegna.

Papa Francesco, Ritiro spirituale in occasione del Giubileo dei Sacerdoti, 2 giugno 2016

Palpita d’amore il Cuore adorabile di Gesù Cristo, all’unisono con il suo amore umano e divino, allorché, come ci rivela l’Apostolo, non appena la Vergine Maria ha pronunziato il suo magnanimo «Fiat», il Verbo di Dio: «entrando nel mondo, dice: “Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo”».
Palpitava altresì d’amore il Cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino, quando Egli intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima Madre, nella casetta di Nazaret, e col suo padre putativo Giuseppe, cui obbediva prestandosi come fedele collaboratore nel faticoso mestiere del falegname Parimente palpitava d’amore il Cuore di Cristo, ancora in pieno accordo col suo duplice amore spirituale, nelle continue sue peregrinazioni apostoliche; nel compiere gli innumerevoli prodigi d’onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o ridonava la salute ad ogni sorta di infermi; nel sopportare fatiche, il sudore, la fame, la sete; nelle lunghe veglie notturne trascorse in preghiera al cospetto del celeste suo Padre; e, infine, nel pronunziare i discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliuol prodigo. Continua a leggere

Il linguaggio della lacrime

Il 5 maggio, il Santo Padre Francesco presiederà in San Pietro una giubilare veglia delle lacrime, «segno visibile della misericordiosa mano del Padre tesa ad asciugare le lacrime» degli uomini di ogni tempo. In molte occasioni pubbliche Pio XII aveva rivolto il suo pensiero proprio alle lacrime dei fedeli, ai pianti più o meno nascosti, nella sofferenza della guerra prima e di un doloroso dopo guerra poi. Ancora nel 1957, nel radiomessaggio per gli auguri pasquali, scandisce lentamente: «Sa il Signore come vorremmo penetrare in ogni casa, passare attraverso tutte le corsie degli ospedali, sostare benedicenti accanto ad ogni culla, chinarCi con tenerezza su ogni sofferenza; vorremmo poter liberare tutti da ogni timore, per donare a tutti la pace, per riempire tutti di gaudio». Ma c’è un’altra legame tra la veglia presieduta da Francesco e Papa Pio XII. Per l’occasione, infatti, nella Basilica di San Pietro arriverà il reliquiario della Madonna di Siracusa: si tratta dell’effigie in gesso del Cuore Immacolato di Maria, che cominciò a lacrimare nell’estate del ’53. La notizia del prodigio arrivò subito al Papa, e Pacelli ne parlò con commosse parole nel messaggio per il Congresso mariano della Regione Sicilia, il 17 ottobre 1954, di cui riproponiamo di seguito il passaggio centrale.

madonna-delle-lacrimeSenza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre nè dolore nè mestizia; ma Ella non vi rimane insensibile, che anzi nutre sempre amore e pietà per il misero genere umano, cui fu data per Madre, allorché dolorosa e lacrimante sostava ai piedi della Croce, ove era affisso il Figliuolo. Comprenderanno gli uomini l’arcano linguaggio di quelle lacrime? Oh le lacrime di Maria! Erano sul Golgota lacrime di compatimento per il suo Gesù e di tristezza per i peccati del mondo. Piange Ella ancora per le rinnovate piaghe prodotte nel Corpo mistico di Gesù? O piange per tant’i figli, nei quali l’errore e la colpa hanno spento la vita della grazia, e che gravemente offendono la maestà divina? O sono lacrime di attesa per il ritardato ritorno di altri suoi figli, un dì fedeli, ed ora trascinati da falsi miraggi fra le schiere dei nemici di Dio? A voi spetta di cooperare con l’esempio e con l’azione al ritorno dei profughi alla casa del Padre e di adoperarvi affinchè si chiudano al più presto le brecce aperte dai nemici della religione nella vostra Isola, fatta oggetto di cupido assedio.

Pace, gioia, letizia: le parole più usate da Papa Pacelli

Schermata 2016-02-22 alle 21.13.43Questa mattina – 24 febbraio – alle ore 9.00, presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, il dott. Adrian Abonandi ha discusso una tesi di laurea magistrale in storia della lingua italiana (Dipartimento di Studi Umanistici – Corso di studi in filologia moderna) sul tema Sondaggi sulla lingua di alcuni discorsi di Pio XII e Francesco, con relatore il Prof. Francesco Montuori.

Il lavoro di ricerca – si legge nell’introduzione – ha preso spunto, tra l’altro, da un intervento di Andrea Gagliarducci pubblicato su Monday Vatican il 25 agosto 2014 e rilanciato anche sul nostro sito (qui). «L’indagine – scrive il neo laureato – si è mossa dapprima a studiare e comprendere le modalità di allestimento dei discorsi di Pio XII e Francesco nonché a definire i tratti generali del loro linguaggio. Successivamente si è proceduti all’analisi comparata dei testi su tre livelli: lessicale, morfosintattico e retorico».

Lo studio offre risultati interessantissimi, anche grazie alla tecnica dell’analisi lessicale dei discorsi di Papa Pio XII e di Papa Francesco. Spiega Abonandi: «L’individuazione, infatti, di quei termini, che si rivelano essere strutturalmente “portanti”, nei discorsi dei rispettivi Pontefici, e che abbiano valore lessicale in quanto aventi autonomia semantica, permette, in forza di tale autonomia di raggiungere una maggiore, se non piena, conoscenza e quindi consapevolezza, cognizione del loro pensiero dottrinale».
Così, il termine più ricorrente, in entrambi i pontefici, è «pace», mentre l’aggettivo registrato più volte è «umano». «Non solo essi condividono la maggior parte di quei termini che possono definirsi fondamentali per la comprensione del loro magistero ma addirittura essi condividono la loro stessa frequenza».

«Ma il risultato più sorprendente derivante da tale analisi lessicale concerne i termini di “gioia” e “peccato”. [...] Non avremmo mai pensato di attestare l’utilizzo del termine “peccato”, da parte di Papa Pacelli, in una sezione di corpus di circa quarantamila parole, di sole cinque volte – rivelandosi meno “oscurantista” di Bergoglio – e l’utilizzo di termini quali “gioia”, “letizia”, “gaudio” e “allegrezza” mostrandosi più “gioioso” del Papa della Misericordia».

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del lavoro – per gentile concessione dell’Autore – sulla fase di preparazione che Papa Pacelli dedicava ai suoi discorsi.

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«Stimò delizia chinarsi sui cenci della povertà»

Il Messaggio del Papa per la Quaresima Misericordia io voglio e non sacrifici è dedicato quest’anno a Le opere di misericordia nel cammino giubilare. Si tratta di una intuizione che si inserisce appieno nel percorso che la Chiesa propone per quest’Anno Santo della Misericordia, richiamando proprio ad una riscoperta e ad una maggior pratica delle opere di misericordia corporale e spirituale, che Pio XII aveva definito «l’essenza del Vangelo». Esse, spiega Papa Francesco, «ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo».
Può essere d’aiuto, accanto alla lettura del Messaggio del Papa, ascoltare alcune parole pronunciate dal Pio XII al termine del radiomessaggio natalizio del 1952, quando, dopo aver descritto con vera compassione di padre la miseria in cui versavano tante famiglie, aggiungeva…

bambiniConsiderando tutto ciò, sorge la domanda: che cosa ha insegnato agli uomini l’esempio di Cristo? in qual modo si comportò Gesù, durante il suo soggiorno terreno, verso la povertà e le miserie? Certamente la sua missione di Redentore fu di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato, somma miseria. Tuttavia la magnanimità del suo cuore sensibilissimo non poteva fargli chiudere gli occhi sui dolori e i doloranti, in mezzo ai quali aveva scelto di vivere. Figlio di Dio e araldo del celeste suo Regno, stimò delizia il chinarsi commosso sulle piaghe della umana carne e sui cenci della povertà. Nè si tenne soddisfatto di proclamare la legge della giustizia e della carità, nè di condannare con roventi anatemi i duri, i disumani, gli egoisti, nè di ammonire che la sentenza definitiva del giudizio ultimo prenderà norma ed espressione dall’esercizio della carità, come prova dell’amore di Dio; ma di persona si prodigò ad aiutare, a guarire, a nutrire.

Certo Egli non chiese se e fino a qual punto la miseria, che aveva dinanzi, ricadeva a difetto o a mancanza dell’ordinamento politico ed economico del suo tempo. Non però quasi che ciò fosse a lui indifferente. Al contrario, Egli è il Signore del mondo e del suo ordine. Ma come personale fu la sua azione di Salvatore, così volle andare incontro alle altre miserie col suo amore operante da persona a persona. L’esempio di Gesù è oggi, come sempre, uno stretto dovere per tutti.

Diletti figli, poveri e miseri di tutta la terra! Noi preghiamo Gesù che vi faccia sentire quanto siamo vicini a voi con la Nostra ansia paterna, piena di angoscia e di trepidazione. Sa il Signore come Noi vorremmo avere la onnipresenza e la onnipotenza di Lui per entrare in ciascuna delle vostre dimore a portarvi aiuto e conforto, pane e lavoro, serenità e pace. Vorremmo esservi daccanto, mentre siete oppressi dalla stanchezza nei campi e nelle officine, mentre siete desolati per le malattie che vi affliggono o straziati dai morsi della fame.

senzatetto1Non potremmo infine omettere di osservare che la migliore organizzazione caritativa non basterebbe da sè sola all’assistenza degli uomini in miseria. Occorre aggiungere necessariamente l’azione personale, piena di premure, sollecita a superare le distanze fra il bisognoso e il soccorritore, e che si appressa all’indigente, perchè è fratello di Cristo e anche fratello nostro.

La grande tentazione di un’epoca che si dice sociale, nella quale — oltre la Chiesa — lo Stato, i Comuni e gli altri Enti pubblici si dedicano a tanti problemi sociali, è che le persone, anche credenti, quando il povero batte alla loro porta, lo rinviino semplicemente all’Opera, all’Ufficio, alla organizzazione, stimando che il loro dovere personale sia già sufficientemente adempiuto coi contributi prestati a quelle istituzioni mediante il pagamento di imposte o doni volontari.

Senza dubbio il bisognoso riceverà allora il vostro aiuto per quell’altra via. Ma spesso egli conta anche su voi stessi, almeno sopra una vostra parola di bontà e di conforto. La vostra carità deve rassomigliare a quella di Dio, che venne in persona a portare il soccorso. È questo il contenuto del messaggio di Betlemme.

Tutto ciò C’incoraggia ad invocare la vostra collaborazione personale. G’indigenti, coloro che la vita ha duramente ridotti a mal termine, gl’infelici di ogni sorta l’attendono. Per quanto dipende da voi, fate che niuno debba più dire mestamente, come già l’uomo del Vangelo infermo da trentotto anni: «Signore, non ho nessuno» (Gv 5,7)!

La Sinagoga si apre al Papa. Ora Pio XII può divenire santo.

di Salvatore Lontrano (lanotiziagiornale.it, 16 gennaio 2016)

Pope Francis visits Rome SynagogueAl momento è Venerabile, cioè può essere pregato in privato chiedendo che Dio conceda un miracoloperché possa essere proclamato Beato da Papa Francesco; certo è che la figura di Eugenio Pacelli, che col nome di Pio XII ha regnato dal 1939 al 1958 combattendo prima contro il nazismo e poi contro il comunismo, potrebbe diventare Beato sotto il papato di Jorge Mario Bergoglio, superando le remore da parte del mondo ebraico sulla figura di Papa Pacelli. Perché Francesco è un Papa molto popolare nel mondo ebraico, essendo cresciuto a Buenos Aires dove c’è una grossa comunità ebraica con la quale ha sempre mantenuto ottimi rapporti; e perché ha già dichiarato sin dall’inizio del suo Pontificato che avrebbe beatificato Pio XII se si fosse trovato un miracolo. Che al momento, però, non c’è. Alla Sinagoga di Roma non si parlerà certo di questo, domenica 17 gennaio; i toni saranno incentrati sull’amicizia che lega il Papa al Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.

Eppure Pacelli aveva avuto buoni rapporti col mondo ebraico. Basta leggere La Stampa di venerdì 10 ottobre 1958, il giorno dopo la morte di Pio XII, servizio di Paolo Monelli: “Commoventi espressioni di cordoglio ha avuto il Rabbino maggiore della comunità ebraica di Roma, Elio Toaff; rievocando ‘la grande pietà e la somma generosità del Pontefice negli anni infausti della persecuzione e del terrore, quando pareva che per gli ebrei non vi fosse più alcuna via di scampo’; e ricordando il gesto paterno di Pio XII ‘che volle contribuire alla raccolta dell’oro pretesa dai tedeschi quale illusoria taglia liberatrice di nuove persecuzioni’”.

Perché allora le accuse molto dure contro il Principe di Dio? La prima accusa di silenzio sulla Shoah contro Pio XII arrivò nel 1963 con il dramma “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, che nel 1965 fu rappresentato a Roma per iniziativa di Gian Maria Volontè. Tante e tali furono le resistenze e le polemiche sulla rappresentazione (venne invocata l’offesa al “carattere sacro di Roma” contemplato dal Concordato del 1929), da spingere il Governo italiano ad aprire trattative per la revisione dei Patti Lateranensi, completata solo da Bettino Craxi nel 1984 con gli Accordi di Villa Madama. Un’accusa, quella del silenzio, alimentata anche dal fatto che l’Archivio Segreto vaticano è consultabile fino all’inizio del 1939: tutto il materiale degli anni successivi è ancora secretato. Francesco ha detto che quando sarà possibile l’Archivio verrà aperto e messo a disposizione degli studiosi.

La forte popolarità di Bergoglio ha permesso che l’accordo tra Santa Sede e Palestina, firmato nel 2012 sotto Benedetto XVI, sia potuto entrare in vigore all’inizio di quest’anno senza grossi scossoni da parte di Israele. Con cui Roma sta cercando un accordo in tema di status della Chiesa cattolica in Terrasanta, accordo che tocca anche temi fiscali. C’è da sperare che Francesco, primo Papa non legato personalmente al dramma della Shoah per motivi anagrafici e geografici, consenta un dialogo tra cattolici ed ebrei sempre più approfondito. A 30 anni dalla storica visita resa a Toaff da Giovanni Paolo II.

Pio XII come Papa Francesco amava incontrare la gente

Angela Ambrogetti (ACI Stampa, 13 gen 2016)

derVeruntreuteHimmel100_v-ARDFotogaleriePio XII uomo della pace e Papa della guerra. É questo il titolo di un documentario prodotto da Rai Storia e firmato da Antonia Pillosio, per il ciclo “Italiani”.

50 minuti per raccontare la vita di un uomo prima che di un personaggio che ha sofferto gli strali della storia e le critiche di un mondo che spesso lo conosceva poco.

Il documentario si avvale di alcuni spunti biografici inediti grazie alla collaborazione con la postulazione, padre Peter Gumpel e il vice postulatore padre Marc Lindeijer, ma ci sono anche le voci di storici come Matteo Luigi Napolitano, Andrea Riccardi e Anna Foa che di Pio XII dice: “ E’ un Papa che ha cambiato nei fatti, se non nella teoria, quelli che erano i rapporti con gli ebrei. Non credo che senza questa opera di salvataggio si sarebbe potuti arrivare alle trasformazioni del Concilio Vaticano II”.

Il documentario è stato presentato in anteprima alla stampa nella Curia Generalizia dei Gesuiti a pochi passi da Piazza san Pietro, ed è stata una occasione per rileggere la storia anche grazie a documenti e lettere di suore che nell’epoca della guerra mondiale, tenevano diari proprio sulla assistenza ai rifugiati nei conventi per ordine del Papa. Come il diario delle Suore di Santa Maria Bambina o delle monache agostiniane del monastero dei Santi Quattro Coronati.

E’ poi ben documentato il lavoro della Santa Sede per il ritrovamento dopo la guerra delle persone scomparse. Fino al 1954 lavorarono a questo progetto 885 persone.

Uno dei temi più difficili da affrontare resta quello della causa di beatificazione come spiega padre Lindeijer:

Stiamo aspettando il miracolo per la beatificazione. Ogni anno riceviamo almeno due notizie di bellissimi miracoli, ma il problema è sempre far collaborare la gente. Perché non basta che ci sia un miracolo. L’importante è che poi ci sia tutto il processo a cominciare dal raccogliere le prove, le testimonianze. E non so perché ma la gente è sempre molto reticente a collaborare, forse hanno paura della stampa…

Che genere di miracoli?

Sono quasi sempre miracoli di guarigione.

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L’impegno della Santa Sede per i profughi dal secondo dopoguerra ad oggi

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento del Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Antonio Maria Vegliò, presentato al Convegno La Santa Sede, i profughi e i prigionieri di guerra: l’opera di Papa Pacelli, organizzato dal Comitato Pacelli e dal Centro Astalli di Roma.

Cattura

 Il XX secolo è stato chiamato “il secolo dei rifugiati”. Questo rivela una piaga aperta sul fianco dell’umanità, una piaga che non cessa di allargarsi. La sollecitudine della Chiesa per i rifugiati è stata, e rimane, da una parte un’affermazione del diritto alla vita, alla pace, alla protezione e all’assistenza, dall’altra, un’azione caritativa e pastorale.

Nel 2014, il numero dei rifugiati ha superato i 50 milioni di persone ed è stata la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale. Partendo da quel periodo storico, l’intervento di oggi vuole ripercorrere l’opera svolta dalla Santa Sede, con particolare riguardo all’azione dei Pontefici, a favore dei profughi e dei rifugiati, quindi, dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni.

Papa PIO XII

Durante il suo Pontificato, Pio XII (dal 1939 al 1958), in concomitanza con lo scoppio della seconda guerra mondiale, cercò di adoperarsi per porre fine all’orrore tentando anche di mantenere l’Italia fuori dal conflitto, ma purtroppo con vani sforzi. La minaccia del nazionalsocialismo tedesco e del comunismo, le persecuzioni naziste e fasciste, dal 1930 al 1945, posero la Chiesa davanti al delicato compito di offrire protezione e assistenza. Già nell’autunno 1944, nacque, per volontà di Pio XII, la Pontificia Commissione Assistenza per i rifugiati, per la distribuzione di aiuti ai reduci ed ex internati provenienti dalla Germania e dalla Russia.

Con l’Enciclica Communium interpretes dolorum, del 15 aprile 1945, Pio XII si espresse per la pace tra i popoli e anche per alleviare le sofferenze dei rifugiati. Dopo la guerra, Papa Pacelli sollecitò la solidarietà e la condivisione degli oneri, in particolare da parte dei Paesi meno colpiti economicamente, per il reinsediamento dei rifugiati di fronte al pericolo dei rimpatri forzati.

Nel 1949, poi, nell’Enciclica Redemptoris nostri, manifestò la sua preoccupazione per i rifugiati palestinesi.

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