Pace, gioia, letizia: le parole più usate da Papa Pacelli

Schermata 2016-02-22 alle 21.13.43Il 24 febbraio di due anni fa, presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, il dott. Adrian Abonandi ha discusso una tesi di laurea magistrale in storia della lingua italiana (Dipartimento di Studi Umanistici – Corso di studi in filologia moderna) sul tema Sondaggi sulla lingua di alcuni discorsi di Pio XII e Francesco, con relatore il Prof. Francesco Montuori.

Il lavoro di ricerca – si legge nell’introduzione – ha preso spunto, tra l’altro, da un intervento di Andrea Gagliarducci pubblicato su Monday Vatican il 25 agosto 2014 e rilanciato anche sul nostro sito (qui). «L’indagine – scrive il neo laureato – si è mossa dapprima a studiare e comprendere le modalità di allestimento dei discorsi di Pio XII e Francesco nonché a definire i tratti generali del loro linguaggio. Successivamente si è proceduti all’analisi comparata dei testi su tre livelli: lessicale, morfosintattico e retorico».

Lo studio offre risultati interessantissimi, anche grazie alla tecnica dell’analisi lessicale dei discorsi di Papa Pio XII e di Papa Francesco. Spiega Abonandi: «L’individuazione, infatti, di quei termini, che si rivelano essere strutturalmente “portanti”, nei discorsi dei rispettivi Pontefici, e che abbiano valore lessicale in quanto aventi autonomia semantica, permette, in forza di tale autonomia di raggiungere una maggiore, se non piena, conoscenza e quindi consapevolezza, cognizione del loro pensiero dottrinale».
Così, il termine più ricorrente, in entrambi i pontefici, è «pace», mentre l’aggettivo registrato più volte è «umano». «Non solo essi condividono la maggior parte di quei termini che possono definirsi fondamentali per la comprensione del loro magistero ma addirittura essi condividono la loro stessa frequenza».

«Ma il risultato più sorprendente derivante da tale analisi lessicale concerne i termini di “gioia” e “peccato”. […] Non avremmo mai pensato di attestare l’utilizzo del termine “peccato”, da parte di Papa Pacelli, in una sezione di corpus di circa quarantamila parole, di sole cinque volte – rivelandosi meno “oscurantista” di Bergoglio – e l’utilizzo di termini quali “gioia”, “letizia”, “gaudio” e “allegrezza” mostrandosi più “gioioso” del Papa della Misericordia».

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del lavoro – per gentile concessione dell’Autore – sulla fase di preparazione che Papa Pacelli dedicava ai suoi discorsi.

Schermata 2016-02-22 alle 21.13.01La preparazione consisteva principalmente in uno studio quasi “irragionevole” per la mole di materiale che veniva esaminato e vagliato: era tale «la diligenza, lo scrupolo, la profondità» che metteva in ogni suo discorso che allorquando avesse deciso , o per meglio dire gli fosse stato “imposto”, di tener quest’ultimo su uno specifico argomento, che variava dall’astronautica allo sport, «si forniva di tutta la possibile letteratura», «raccoglieva le pubblicazioni più recenti e più autorevoli. Se occorreva, le ordinava anche all’estero». “Torchiava” qualsiasi tipo di enciclopedie e dizionari “lamentando” continuamente l’esiguità di documentazione e materiale tanto che: «quando andava a Castel Gandolfo, si rammaricava di non aver a sua disposizione la ricca biblioteca privata – 50.000 volumi – oltre la Biblioteca Vaticana. Ma si portava appresso delle enciclopedie ecclesiastiche, tedesche e italiane», e continua il Giordani, «Occorrendo faceva venire libri anche dalla Gregoriana e da altre biblioteche». L’ansia di dover conferire ai discorsi sicurezza d’informazione nonché ineccepibile esattezza teologica spingeva il Pacelli ad acquietarla attraverso una coscienziosa quanto mai interminabile indagine su tutti gli aspetti che riguardavano gli stessi:« prima di parlare ai membri dei vari congressi internazionali e nazionali, si faceva mandare le loro pubblicazioni (manuali, saggi, stampe in ogni lingua), si faceva informare da esperti e attingeva da pubblicazioni più recenti e accreditate» e seppur veniva continuamente a ricercare il sussidio dei libri, la consultazione e i pareri degli studiosi, degli scienziati, dei luminari, per quella strana disposizione d’animo alla meticolosità e all’accuratezza, spesso, non mancava, dopo aver accettato con gratitudine tutti i suggerimenti nonchè informazioni, di verificarne minuziosamente la correttezza.
Dinanzi al grave onere della preparazione dei discorsi, si potrebbe sintetizzare che «Pio XII studiava, domandava pareri, rifletteva, pregava» , o si potrebbero rammentare le parole del Cardinale Giuseppe Siri alla commemorazione del Venerabile Pontefice, tenutasi l’8 marzo 1959 nell’Aula delle Benedizioni, in Vaticano, alla presenza di Giovanni XXIII:

«Per Pio XII parlare era questo. Studiare personalmente portandosi con singolare acutezza in tutte le direzioni. Lo studio di un discorso talvolta durava molti mesi. Se l’argomento eccedeva il campo delle ordinarie discipline familiari ad un ecclesiastico, egli vedeva tutta la bibliografia di un determinato argomento, l’ultima che fosse uscita nel mondo. […] La singolare conoscenza delle lingue gli facilitava il compito dello studio diretto e personale. Parlare una sola volta, per Lui era raccogliere un materiale e spesso un ritornare a lunghi impegnativi colloqui – fuori di tabella – con uomini anche di disparate tendenze per acquisire una più completa ed obiettiva informazione. In taluni discorsi era meticolosissima la cura degli stessi particolari tecnici, dovuti non ad esibizione ma unicamente allo scrupolo di documentare obiettivamente l’onesto studio, per manifestare che le considerazioni inerenti ai rapporti colla Fede e al giudizio morale non erano né inconsapevoli, né avventati. […] Per parlare impose limitazioni a sé e agli altri; il dovere principale in un momento prevale sui doveri in quel momento secondari.
Svolse così una catechèsi di una serietà ineccepibile, di un raggio universale, di una concludenza fascinosa. Il silenzio, che amava, e lo stesso isolamento, che spesso prediligeva, non erano altro che il raccogliersi necessario alla sua catechèsi; del resto è ovvio che il serio parlare sia punteggiato dall’altrettanto serio silenzio».

Volontà nel distinguersi, forse nell’imporsi, nel primeggiare, nel competere; nascosta vanagloria, sotterranea presunzione, questi i motivi addotti da molti, malignamente secondo il Cardinal Tardini, per l’eccessiva preparazione riservata ai discorsi. Ad un pur primo quanto serio interrogarsi risulta alquanto difficile credere che il Santo Padre «volesse apparire competente e per così dire, dar lezioni in tutte le discipline» e, allo stesso modo, poco convincente appare la tesi secondo cui il Pacelli si facesse carico di una immane ed estenuante fatica per alimentare una eccessiva credenza nelle sue capacità, in altri termini, per vanteria, per vanità. Bisognerebbe, allora, prendere in considerazione le Schermata 2016-02-22 alle 21.13.07parole del suo Prosegretario degli affari Straordinari: «Il Papa era troppo intelligente per illudersi che lo studio di qualche mese potesse dargli una competenza tale da fare, per così dire, la concorrenza a illustri scienziati e specialisti» o le parole di P.Guglielmo Hentrich, segretario della biblioteca privata per ben sedici anni, «Egli si studiava, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, di essere semplice e chiaro e non rifuggiva il parere degli altri, lettori o ascoltatori, e questo non per vana gloria, ma per servire meglio la verità» .
«Quid est veritas?» … «est vir qui adest» … Come S. Agostino , anagrammando, mostrò che la risposta fosse implicita nella domanda, giustificando il silenzio di Gesù dinanzi all’interrogare di Pilato così, allo stesso modo, potremmo trovare la risposta dei motivi del consumante impegno nella preparazione dei discorsi del Pacelli nei discorsi stessi:

«l’accorrere sempre più frequente di schiere numerose e varie di persone, che non si contentano di vedere né di ricevere una qualsiasi parola di incoraggiamento e di esortazione, ma chiedono di udire la parola – e cioè la parola del Vicario di Cristo – sui più disparati argomenti. Vi è una santa ansia di cercare nella dottrina di Cristo i princìpi per la soluzione dei problemi, che tengono in agitazione gli individui e i popoli» [4 novembre 1955, discorso all’Associazione nazionale dei granatieri di Sardegna].

Il bisogno che mostrava il popolo nel conoscere la “Voce e il Pensiero” della Chiesa sui più vari argomenti; l’occasione che rappresentava per molti la parola del Papa, come unico contatto con la Chiesa, «dove si poteva apprendere qualche nozione di cristianesimo»; il carattere stesso dei discorsi, che acquistavano valore magisteriale e quindi valore di assoluta verità nonché carattere universale, in quanto venivano a raggiungere ogni parte del globo e ad essere destinati a tutta la cristianità e non solo; questi, insieme ad una sua incapacità all’improvvisazione , erano i motivi di una profonda e quasi inquieta diligenza in una preparazione che assumeva, quasi sempre, i toni di quello studio, reso assai noto da un suo “suddito”, “matto e disperatissimo” (cit. Giacomo Leopardi).

Per info: info@papapioxii.it