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Preghiera a Gesù Crocifisso

26 marzo 1950
(con minime variazioni lessicali)

dopo il restauro, il volto del Cristo, Benedetto da Maiano, antecedente il 1497, courtesy Opera di Santa maria del Fiore, foto Antonio Quattrone-3O Gesù crocifisso,

che hai divinizzato la natura umana,
assumendola tu stesso;
che, dopo aver predicato la giustizia,
la carità, la bontà;
dopo aver fatto del ricco e del potente
la forza del povero e del debole,
hai donato la salvezza al mondo
con la tua passione e morte;
volgi il tuo sguardo amoroso su questo popolo,
che si prostra ai tuoi piedi in spirito di penitenza
ed invoca da te il perdono non solo per sé,
ma anche per tanti infelici che vorrebbero
scoronarti e profanarti
per la superbia della loro intelligenza
e per la lussuria delle loro passioni.

Salvaci, Signore, o siamo persi!b5860a175d9e312b8d4175cc3d10dc55
Cammina ancora sulle onde
del mare agitato dell’animo nostro;
sii il nostro compagno nella vita
e nella morte; il nostro giudice pietoso.
Le folgori dei meritati castighi
cedano il posto a una nuova e larga
effusione della tua misericordia
sull’umanità redenta.
Estingui gli odi; accendi l’amore;
disperdi col soffio potente del tuo Spirito
i pensieri e i desideri di dominazione,
di distruzione e di guerra.
Concedi il pane ai piccoli, ai senzatetto
la casa, ai disoccupati il lavoro,
la concordia alle nazioni,
la pace al mondo,
a tutti il premio della eterna beatitudine.

Amen.

 

«É con voi, quasi in volontaria catena, il Nostro cuore». Le parole di Papa Pio XII ai carcerati.

Conoscere ed amare i carcerati, come una madre

Come singole persone, voi dovete conoscere i carcerati ed amarli. Innanzi tutto conoscerli. Per aiutare i carcerati, è infatti indispensabile avere con essi un contatto come da anima ad anima, il quale suppone la comprensione dell’altro in quanto individuo qualificato dalla sua origine, dalla sua formazione, dallo svolgimento della sua vita, fino al momento in cui lo incontrate nella sua cella.

schermata-2016-11-06-alle-11-22-15Occorre poi amarli. Per aiutare realmente il carcerato, bisogna andare verso di lui non solo con idee rette, ma altresì, e forse anche più, col cuore, particolarmente se si tratta d’infelici creature, che mai forse, nemmeno in seno alla famiglia, hanno gustato le dolcezze di una sincera amicizia. Voi seguirete così l’esempio del modello stesso dell’amore comprensivo e devoto senza limiti, quello della madre. Ciò che conferisce alla madre un tale influsso sui suoi figli, anche adulti, anche se traviati o rei, non sono già le idee, per quanto giuste, che ella loro propone, ma il calore del suo affetto e il dono costante di sè stessa, che mai non si stanca, anche se incontra un rifiuto; sa invece pazientare ed attendere, rivolgendosi intanto a Colui al quale nulla è impossibile. È la parola dell’« amore », che in tutti gl’idiomi del mondo è compresa, e che non solleva nè discussione né contraddizione; l’amore, di cui l’Apostolo Paolo ha cantato le lodi nel suo « inno alla carità » della prima Lettera ai Corinti (1 Cor. 13, 1-13).

Ma, per quanto profondo e genuino, tale amore non indulge ad alcuna approvazione del male commesso nel passato, nè incoraggia le volontarie cattive disposizioni che ancora perdurassero, e neppure ammette nell’essere amato alcun compromesso tra il bene e il male. Anche l’ideale amore materno non conosce altra regola che questa. Non esclamerà forse un giorno il Signore come Giudice supremo nell’ultimo giudizio : « Ero carcerato, e veniste da me… Quanto avete fatto a uno dei più piccoli tra questi miei fratelli, l’avete fatto a me »? (Matth. 25, 36.40). Come se avesse voluto dire: « Il carcerato sono io ».

Perdonare, credere, amare

Innanzitutto è necessario un sincero perdono, che le singole persone si accorderanno mutuamente, ma che la stessa società non negherà all’individuo. Non beneficiano forse tutti del perdono di Dio, che a tutti ha insegnato a pregare: « Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori »? (Matth. 6, 12).

In secondo luogo occorre credere al bene che si trova in altri e aver fiducia in lui. La diffidenza inaridisce ogni seme di bontà e, innalzando quasi un muro di cupa segregazione tra il vostro cuore e il suo, impedisce lo stabilirsi di rapporti amichevoli. Quando il figliuol prodigo tornò a lui, il padre non volle riceverlo come un servo, ma come un figlio di casa, nonostante lo sdegno e il lamento del fratello maggiore (cfr. Luc. 15, 22 SS.). Il rinnegamento di Pietro non velò il vero amore di lui agli occhi del Signore, che gli affidò tutto il suo gregge (cfr. Io. 21, 15-17).

In terzo luogo bisogna amare come il Signore ha amato. « Se il Signore ha dato la sua vita per noi », scrive l’Apostolo Giovanni, « anche noi dobbiamo darla per i nostri fratelli » (cfr. 1 Io. 3, 16). L’amore del prossimo si manifesta non solo da uomo ad uomo, ma anche tra la comunità e ciascuno dei suoi membri. Questo amore proteggerà colui, che torna, dai pericoli che lo attendono; se rischia di cedere alla debolezza, lo fortificherà; gli procurerà anche i mezzi di cui ha bisogno per poter mettersi al lavoro nella comunità come suo membro attivo.

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«Vogliamo essere il Papa della Gioventù»

gmg-2016-ita_smallIn occasione della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Cracovia dal 26 luglio del 2016, pubblichiamo alcune parole rivolte da Papa Pio XII ai giovani in occasione di un incontro a Roma, l’8 dicembre 1947. Al di là del linguaggio che oggi ci sembra distante, siamo sicuri che il messaggio è ancora capace di incoraggiare il cuore dei giovani ad un apostolato oggi tanto più urgente di allora.

Grande è la Nostra letizia nell’accogliervi, diletti figli, Gioventù cattolica della Roma eterna, Gioventù della Nostra diocesi. Voi volete essere la Gioventù del Papa. Ebbene, Noi vogliamo essere il Papa della Gioventù. Giovane e vecchio non si misurano dal numero degli anni. È giovane e resta giovane chi crede e confida, chi osa e agisce.

L’avvenire è della gioventù, ma della gioventù che avrà saputo conquistarlo e dominarlo. A più forte ragione deve appartenere a voi, che volete essere una milizia di avanguardia della Gioventù cattolica d’Italia, che volete marciare in prima fila, quando si tratta di conservare Dio alla vostra cara patria.

Coscienti della vostra missione, voi attendete da Noi la consegna. Eccola: l’ora presente ve la detta in forma perentoria, come un triplice monito: chiari principi, coraggio personale, unione indissolubile della religione e della vita.

Chiari principi. Noi vediamo brillare nei vostri sguardi, sentiamo vibrare nelle vostre voci l’entusiasmo che trabocca dai vostri cuori: per Cristo, per la Chiesa, per il Papato. Ma instabile è l’entusiasmo del solo sentimento; superficiale ed effimero è il fervore frutto di sola abitudine. Se non si vuole che quel bell’entusiasmo si sgonfi un giorno come un pallone nelle mani di un fanciullo, bisogna che esso sorga da una convinzione chiara e forte. Bisogna che voi abbiate dell’oggetto della vostra fede una cognizione ragionata e profonda. Bisogna che questo oggetto vi apparisca nello splendore della sua verità, della sua purezza, della sua potenza, nella pienezza delle sue esigenze. Bisogna che voi sappiate perchè la dottrina cattolica ha la ragione dalla sua parte.

Così non si vedranno più, in mezzo a voi, quei giovani incostanti che, dopo aver trascorso piamente gli anni dell’adolescenza, cominciano ben presto a dubitare, a vacillare, forse anche a staccarsi dalla Chiesa, unicamente perchè il loro pensiero è gravato da equivoci e da ignoranza nelle cose della fede, perchè il loro misero corredo in materia religiosa consiste in nozioni vaghe, incomplete, imprecise, che con l’età si fondono come neve al sole. Perciò voi dovete essere capaci di rendere ragione delle vostre convinzioni; dovete esser giovani forti, come querce saldamente piantate, non quasi canne sbattute dal vento, spiriti deboli che ogni difficoltà confonde e sconcerta. La scienza cattolica ha profondamente esplorato sotto ogni aspetto le questioni riguardanti la religione, la redenzione, la Chiesa. Tocca a voi far proprie le sue conclusioni, le sue soluzioni, le sue risposte, affinchè la vostra fede sia in voi viva e feconda. Tale è il vostro primo dovere.

foto-papa-Francesco-con-i-giovani-a-Castelpetroso-990x660Coraggio personale. Non vi meravigliate, diletti figli, se, parlando del coraggio, Noi vogliamo sottolineare precisamente la parola «personale». Formare un blocco solido, compatto, qual è il vostro, animato non da propositi di violenza, ma di doverosa e leale difesa dei più alti e sacri ideali, è senza dubbio cosa eccellente; gli uni sostengono gli altri, mutuamente, fraternamente, e in tal modo l’ardimento diviene più facile. Ma questo coraggio deve mostrarsi anche, se voi, in qualche luogo, in un determinato momento, per particolari circostanze, veniste a trovarvi in minoranza, in pochi, forse anche soli, di fronte ad avversari più numerosi ed audaci. Siete voi pronti a resistere fino all’ultimo, contro tutti, nell’affermazione della legge di Dio, nella difesa della fede e della Chiesa, — dobbiamo anzi oggidì aggiungere: nella tutela dell’ordine, del progresso e della pace sociale, ogniqualvolta il bene comune richiedesse la vostra collaborazione?

Unione indissolubile della religione e della vita. Non di rado la Chiesa dei primi secoli è stata chiamata e rappresentata come la «Chiesa delle catacombe», quasi che i cristiani di allora fossero stati soliti di vivere colà nascosti. Nulla di più inesatto: quelle necropoli sotterranee, destinate principalmente alla sepoltura dei fedeli defunti, non servirono anche come luoghi di rifugio, se non, forse, talvolta in tempi di violente persecuzioni. La vita dei cristiani, in quei secoli contrassegnati dal sangue, si svolgeva nel mezzo delle vie e delle case, all’aperto. Essi «non vivevano appartati dal mondo; frequentavano, come gli altri, il foro, i bagni, le officine, le botteghe, i mercati, le piazze pubbliche; esercitavano le professioni di marinai, di soldati, di coltivatori, di commercianti» (Tertulliano). Voler fare di quella Chiesa valorosa, pronta sempre a star sulla breccia, una società d’imboscati, viventi nei nascondigli per vergogna o per pusillanimità, sarebbe un oltraggio alla loro virtù. Essi erano pienamente consapevoli del loro dovere di conquistare il mondo a Cristo, di trasformare secondo la dottrina e la legge del divin Salvatore la vita privata e pubblica, donde una nuova civiltà doveva nascere, un’altra Roma doveva sorgere sui sepolcri dei due Principi degli Apostoli. E raggiunsero la mèta. Roma e l’Impero romano divennero cristiani.

La missione della Chiesa e di ognuno dei suoi fedeli è rimasta sempre la stessa: ricondurre a Cristo tutta la vita, la propria, la privata, la pubblica; non darsi tregua, finchè la sua dottrina e la sua legge non l’abbiano interamente rinnovata e plasmata. Egli è il nostro Signore, il nostro Re, la nostra pace. Anzi, quanto più violenti sono oggi gli sforzi della incredulità e della irreligione per allontanare Cristo e la sua Chiesa dal cammino della umanità, tanto più le file della milizia cristiana, e particolarmente della gioventù, debbono stringersi e combattere per i diritti sovrani di Cristo e la libertà della Chiesa, dai quali dipende non solo la eterna salute delle anime, ma anche la dignità e la felicità degli uomini sulla terra, l’ordine civile, la giustizia e la pace. Qui ogni vivisezione è mortale; non si uccide il cristiano, senza sopprimere con lo stesso colpo il cittadino e l’onesto uomo. Quando la vita cessa di essere cristiana, è esposta a cadere ben presto nella inciviltà e nella barbarie.

Diletti figli! Oggi noi festeggiamo il trionfo della Immacolata, che col suo piede verginale ha schiacciato il capo del serpente, e di cui la Chiesa canta la lode: Tu sola hai distrutto tutte le eresie, tutti gli errori, tutti i falsi sistemi, che promettono al genere umano di condurlo alla perfezione, di elevarlo al colmo della felicità, ed invece lo precipitano nell’abisso della corruzione e della rovina. Alla protezione di questa Vergine pura e forte, Madre di Dio e Madre nostra, Noi affidiamo voi, Giovani cattolici di Roma, e con voi la Gioventù cattolica del vostro Paese e di tutti i popoli, affinchè vi schieriate sotto il suo scettro, lottiate sotto il suo vessillo, avanziate senza timore sotto la sua guida. Ella, la Sede della sapienza, la Vergine fedele, la Vergine potente, l’Ausilio dei cristiani, la Regina della pace, vi porterà sicuramente alla vittoria.

Qui il testo completo.

Il Papa e i “non cattolici”

Schermata 11-2456985 alle 12.39.50Testimonianza di Antonietta Capelli,
fondatrice dell’Istituto «San Giovanni Battista» e di un’opera per “sacerdoti smarriti”

lightpopeTra i convenuti all’udienza concessa al gruppo, vi erano persone di ogni fede religiosa. Avevo chiesto in precedenza al Santo Padre il relativo permesso. Tutti rimanevano edificati dal suo spirito di carità, dalla delicatezza d’animo e dalla paternità con cui venivano trattati. Siccome il Papa sapeva che tra i presenti vi erano dei non cattolici, per non metterli in imbarazzo, egli diceva subito che dispensava tutti dal mettersi in ginocchio. Invece è avvenuto che molti, anche non cattolici, allorché il Papa si intratteneva a parlare con loro, si mettevano in ginocchio.

(Positio, pag. 314)

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Ascendiamo anche noi con Lui!

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Alla vigilia della festa della Ascensione del Signore al cielo, nel suo vero corpo, proponiamo una meditazione tratta da un’omelia di Papa Pio XII, in cui il Pontefice invita ciascun fedele a seguire Cristo, gettando l’ancora nel proprio cuore in cielo, con atti di fede, di speranza e di carità.

Ascendiamo, diletti figli, anche noi con Cristo al cielo: disponiamo nel cuor nostro quelle ascensioni della fede che varca ogni nube, della speranza che sorpassa il tempo, dell’amore che conquista l’eternità. Nell’ora della sua ascensione Cristo diede agli Apostoli l’ultima lezione e l’ultimo comando. « Non appartiene a voi — Egli disse — sapere i tempi e i momenti, che il Padre ha ritenuti in poter suo»: ecco l’innalzamento della loro fede nella sommessione al governo di Dio sul mondo. « Riceverete la virtù dello Spirito Santo»: ecco l’innalzamento della loro speranza nel coraggio dell’operare. «Mi sarete testimoni … fino alle estremità della terra»: ecco l’innalzamento della loro carità con ogni sacrificio nella diffusione del Vangelo (Act. 1, 7-8). Son tre doni, tre virtù, tre ammonimenti, che hanno trionfato del mondo, hanno rigenerato e confortato l’uomo, hanno restaurato quaggiù il regno di Dio e aperto il regno dei cieli.

Eleviamo la nostra fede in quest’ora di uragano che rumoreggiando e imperversando travolge in lotta popoli e nazioni. Non spetta neppure a noi conoscere i tempi e i momenti che la potente mano del Padre nostro celeste regola, abbreviandoli o allungandoli con quel consiglio provvido e inscrutabile che ordina tutti gli eventi all’alto e segreto fine della sua gloria. Egli è il beato e unico Sovrano, Re dei re e Signore dei dominanti (1 Tim. 6, 15): non cambia in sé, ma governa e regge tutti i cambiamenti dei tempi e dei momenti con disegno immutabile, dando e togliendo la potenza a chi vuole, esaltando l’umile e abbassando il superbo, perché tutti gli uomini riconoscano che ogni potere viene da Lui, e che nessuna potestà avrebbero, se non l’avessero ricevuta dall’alto (cfr. Io. 19, 11). La nostra fede sormonta questo basso mondo; di questo mondo non è il regno di Cristo, se pur tiene il piede quaggiù: esso è dentro di noi. Cristo non era venuto a ristabilire, come chiedevano gli Apostoli, il regno d’Israele (cfr. Act. 1, 6), ma a testimoniare la verità che tanto ci sublima, la verità che è giustizia, che è pace, che è rispetto del diritto, che è libertà santa e inviolabile della coscienza umana, che è conforto anche in mezzo alle tribolazioni, ai dolori, ai lutti presenti; com’era conforto ai tempi e ai momenti dei martiri, com’è a voi, che della benigna provvidenza divina fate il fondamento che sostenta la vostra speranza.

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Regnate, o Madre, sul nostro cammino!

Con la lettera enciclica Ad caeli Reginam, sulla dignità regale della Vergine Maria, dell’11 ottobre 1954, Papa Pio XII istituiva la festa di Maria Regina «da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio», ordinando «che in detto giorno sia rinnovata la consacrazione del genere umano al cuore immacolato della beata vergine Maria». Con la riforma liturgica, la festa è stata spostata al 22 agosto, ottava della Solennità dell’Assunzione della Madonna PiusXII coronation Salus Populi Romani 1954al Cielo, una volta proprio festa del Cuore Immacolato di Maria.
In questa occasione, pubblichiamo la preghiera a Maria Regina che il Papa pronunciò il 1^ novembre 1954 prima di procedere alla incoronazione della venerata immagine di Maria «Salus populi Romani» (foto a destra).
Guardando al Cuore Immacolato di Maria, possiamo unici alla preghiera del Papa sopratutto per i nostri fratelli perseguitati – più violentemente in queste settimane – a causa della loro fede. Proprio a situazioni non molto diverse da queste pensava Pio XII mentre istituiva questa festa: «A questi figli innocenti e tormentati rivolga i suoi occhi di misericordia, che con la loro luce portano il sereno allontanando i nembi e le tempeste, la potente Signora delle cose e dei tempi, che sa placare le violenze con il suo piede verginale; e conceda anche a loro di poter presto godere della dovuta libertà per la pratica aperta dei doveri religiosi».

Dal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la vostra gloria, e per salutarvi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra.

Questa vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista. Continua a leggere

Cari universitari, siate cuore, non solo intelligenza!

pie-xiiIl 15 giugno 1952, il Papa riceve professori e studenti dell’Università «La Sapienza» di Roma; pubblichiamo di seguito ampli stralci del discorso, che resta di una «potenza» e di un fascino notevole per tutti gli studenti ed i docenti che vivono in Università. Richiamando soprattutto gli studenti alle proprie responsabilità verso la società – «la Patria» – alla cui costruzione sono chiamati a contribuire, il Papa non tralascia di indicare il fondamento di una solida vita interiore, a cominciare dalla riscoperta delle formule di fede e di preghiera imparate, da piccoli, nella vita in famiglia. La meta indicata dal Papa è, dunque, quella di una preparazione «con Dio nella mente, con Dio nel cuore, con Dio nella professione», senza cedere alle tentazione di una scienza vuota, senza fame di Verità.

Ora della vostra patria voi siete, non già esclusivamente, ma a preferenza di ogni altro ceto giovanile, l’avvenire, poichè le arti liberali o professioni sono tra le attività civiche quelle che danno maggiormente il tono alla vita della nazione e ne segnano il corso. La direzione della società di domani è principalmente riposta nella mente e nel cuore degli universitari di oggi. E poichè siete venuti a Noi per attingere qualche salutare pensiero, Ci sembra di potervi dire: penetrate, radicate, approfondite la coscienza di futuri dirigenti della nazione, ed insieme le particolari responsabilità verso la patria nelle singole professioni, alle quali vi dedicherete, terminati felicemente i vostri studi. Continua a leggere

«Con fermezza e tenerezza»

Per la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni di Roma, nel 1941 Papa Pio XII registrava un radiomessaggio rivolto al mondo intero, alla soglia della guerra che avrebbe percorso l’Europa per ancora quattro anni. Ne pubblichiamo il testo integrale al ricorrere della medesima Solennità, convinti che le parole di incoraggiamento, tenerezza e speranza del Papa possano dire ancora tanto ai lettori di oggi, che se non conoscono direttamente l’orrore della guerra, vivono tuttavia crisi diverse, fonti di non diverse inquietudini.

Pope Pius XII   In questa solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, il vostro devoto pensiero e affetto, diletti figli della Chiesa cattolica universa, si rivolge a Roma con la strofa trionfale: «O Roma felix, quae duorum Principum – es consecrata glorioso sanguine! O Roma felice, che sei stata consacrata dal sangue glorioso di questi due Principi!». Ma la felicità di Roma, che è felicità di sangue e di fede, è pure la vostra; perché la fede di Roma, qui sigillata sulla destra e sulla sinistra sponda del Tevere col sangue dei Principi degli apostoli, è la fede che fu annunziata a voi, che si annunzia e si annunzierà nell’universo mondo. Voi esultate nel pensiero e nel saluto di Roma, perché sentite in voi il balzo della universale romanità della vostra fede.
Da diciannove secoli nel sangue glorioso del primo Vicario di Cristo e del Dottore delle Genti la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo, a eterno segnale del principato indefettibile della sacra autorità e dell’infallibile magistero della fede della Chiesa; e in quel sangue si scrissero le prime pagine di una nuova magnifica storia delle sacre lotte e vittorie di Roma. Continua a leggere