Le opere di misericordia, essenza del Vangelo

«È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale». Così il Papa, nella bolla di indizione dell’Anno Santo della Misericordia, ormai alle porte.
Venendo incontro a questo desiderio – che è il desiderio di Cristo stesso -, proponiamo in questa pagina alcune brevi riflessioni dal magistero di Papa Pio XII proprio sulle opere di misericordia corporale, nelle quali – son parole di Pacelli – «è l’essenza stessa del Vangelo (e la prova è nelle parole stesse di Cristo giudice, che non ammetterà nel Regno eterno se non chi ebbe della misericordia il culto pratico)» (Udienza, 19.7.1939).
Spiega Pio XII: «Dalle opere di misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi e i carcerati, — oh, come tutti questi dolori e affanni dalla vicina realtà risuonano nell’ora presente alle nostre orecchie! — non dipendono forse, secondo la solenne assicurazione di Cristo, nell’estremo giudizio la benedizione o la maledizione, il gaudio o il dolore per tutta l’eternità? Sì: alla gloria o alla infelicità eterna mena la trascuranza o l’atto della misericordia» (Discorso, 22.2.1944).
Gli spunti che di seguito proponiamo aiutino a dare forma concreta alla riflessione sulle opere richieste dal Signore e Maestro, così da vivere realmente l’ «Anno del gran ritorno e del gran perdono» che è ogni Giubileo.

Dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi.
Dare al povero è far prestito a Dio.

1Coloro che sono di scarse possibilità economiche diano di gran cuore, tutto quello che possono; coloro poi che vivono nell’abbondanza e nel lusso, si ricordino bene che lo stato di miseria, di inedia e di nudità di tanti poveri bambini costituisce una severa e tremenda accusa presso il Dio delle misericordie, qualora dimostrino animo insensibile e fredda indifferenza, né prestino il loro generoso soccorso. Tutti infine siano profondamente convinti che l’aver usato liberalità non sarà per loro di discapito, ma di guadagno; poiché a diritto si può affermare che colui il quale aiuta l’indigente coi suoi averi o con la propria attività, in certo qual modo fa prestito a Dio, che lo ricambierà un giorno con munifica ricompensa.

(Lettera Enciclica Quemadmodum, 1946)

Alloggiare i pellegrini.
Gesù, primogenito di molti fratelli profughi.

2L’esule famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe, “profuga” in Egitto in fuga dall’ira di un re empio, costituisce il modello, l’esempio e la difesa di tutti gli immigrati di ogni tempo e luogo, dei pellegrini e dei profughi di ogni specie, che, o per paura delle persecuzioni o perché costretti dalla miseria, sono costretti a lasciare la Patria insieme agli amati affetti per cercare altro. Dio onnipotente e misericordioso ha infatti voluto che il Figlio, della Sua stessa sostanza, «divenuto simile agli uomini e apparso in forma umana» (Fil 2, 7), insieme con la Vergine Madre Immacolata e con il pio Custode San Giuseppe, fosse il primogenito di molti fratelli anche negli affanni e nelle afflizioni ed anche in questo li precedesse.

(Lettera Enciclica Exsul Familia Nazarethana, 1952)

Visitare gli infermi.
Il malato è tabernacolo vivo di Gesù.

3La Chiesa, corpo mistico di Gesù, vede negli infermi le membra doloranti di Lui. Ecco, dunque, una meta che potrà trasformare la vita dell’ospedale anche prima che le strutture si cambino: trattate tutti non come si trattano le umane creature o i propri fratelli, trattate ognuno come trattereste Gesù. Gesù è presente in ognuno di loro, come in un tabernacolo vivo; non sarà sempre adorno, spesso è anche macchiato, talvolta è addirittura infranto. Non importa. Le attenzioni delicate, le premure affettuose, tutto il vostro prevedere e provvedere, sarà per Gesù. Avrete quindi la ricompensa da Lui, che dirà nell’ultimo giudizio « Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno, che vi è stato preparato sin dalla creazione del mondo, perchè… fui infermo e mi visitaste ».

(Discorso, 20 maggio 1956)

Visitare i carcerati.
Andare al carcerato con amore di madre.

4Per aiutare realmente il carcerato, bisogna andare verso di lui non solo con idee rette, ma altresì, e forse anche più, col cuore, particolarmente se si tratta d’infelici creature, che mai forse, nemmeno in seno alla famiglia, hanno gustato le dolcezze di una sincera amicizia. Voi seguirete così l’esempio del modello stesso dell’amore comprensivo e devoto senza limiti: quello della madre. Ciò che conferisce alla madre un tale influsso sui suoi figli, anche adulti, anche se traviati o rei, non sono già le idee, per quanto giuste, che ella loro propone, ma il calore del suo affetto e il dono costante di sè stessa, che mai non si stanca, anche se incontra un rifiuto; sa invece pazientare ed attendere, rivolgendosi intanto a Colui al quale nulla è impossibile. È la parola dell’«amore», che in tutti gl’idiomi del mondo è compresa, e che non solleva nè discussione né contraddizione. Non esclamerà forse un giorno il Signore come Giudice supremo nell’ultimo giudizio: « Ero carcerato, e veniste da me… Quanto avete fatto a uno dei più piccoli tra questi miei fratelli, l’avete fatto a me »? Come se avesse voluto dire: «Il carcerato sono io».

(Discorso, 26 maggio 1597)

Seppellire i morti.
Risvegliare il desiderio della vita eterna.

La v5ita eterna, per la quale fummo creati ed elevati dalla benignità divina, è gaudio sempiterno, felicità perpetua, ineffabile convivio con gli angeli e coi santi, nella visione aperta di Dio uno e trino. Predicate questa vita eterna, questa interminabile felicità; esaltatene la grandezza e le meraviglie; eccitatene le alte brame nei cuori degli uomini, perchè in fondo a ogni cuore Dio ha posto un impeto irrefrenabile verso la felicità. Nella vita eterna, in quella santa città di Dio, Dio sarà il nostro Dio, e noi saremo il suo popolo. Egli sarà onde siamo saziati; Egli sarà tutte le cose onestamente desiderate dagli uomini, e vita e salute e cibo e ricchezza e gloria e onore e pace ed ogni bene. Egli sarà il fine dei desideri nostri, fine che senza fine sarà veduto, senza fastidio sarà amato, senza stanchezza sarà lodato.

(Discorso, 25 febbraio 1941)