La povertà di Pio XII, sulle orme dello Sposo.

I poveri diventano per Pio XII il punto debole, cui mai sapeva dire di no – insieme ai bambini, e ai malati. Impressiona, scorrendo i messaggi del Papa ai malati, quante volte egli impieghi il termine “tenerezza”. E questa tenerezza non poteva che essere egualmente riservata anche ai piccoli e agli indigenti. Una certa patina ufficiale sembra farcelo dimenticare. Le immagini solenni in sedia gestatoria, con tiara e flambelli tradiscono un po’ l’immagine privata di Pio XII, ma soltanto perché l’uomo contemporaneo – così sofisticato – non riesce a tenere insieme tutto.

«Questa, privata del primo marito, 
millecent’anni e più dispetta e scura
 fino a costui si stette sanza invito» (Divina Commedia, Paradiso, Canto XI). Così, Povertà, dopo Cristo, in Francesco d’Assisi trovò un altro marito. L’immagine è bella, ma forse il giudizio di Dante troppo severo. La storia della Chiesa, nelle pieghe di quella “classe media della santità”, può raccontare innumerevoli storie di santità nella povertà – storie di uomini e donne santi che, come, prima e dopo Francesco, hanno sposato Madonna Povertà.
E tra queste storie ce n’è una, dalla storia più recente della Chiesa, forse finora trascurata, o forse da qualcuno dolosamente coperta. Suor Pascalina, nelle sue memorie dal vivo sugli anni al servizio di Pio XII, racconta che, una volta, le suore dell’appartamento pontificio gli fecero trovare delle scarpe nuove, senza dirgli nulla – quando quelle che indossava si erano ormai consumate oltre il tollerabile. Il Papa se ne accorse subito, e quando provò a protestare, gli fu risposto: «Ma Santità, scarpe del genere non le porta più neanche un povero, ma solo un vagabondo». Al ritorno dall’udienza, però, non fu più possibile opporgli rifiuti: «Dove sono le mie scarpe da vagabondo?». Di episodi come questi, la biografia di Papa Pacelli è piena; ed è ben noto il suo amore per gli anelli e le croci pettorali essenziali. Sempre Pascalina Lehnert racconta di quando le suore gli fecero trovare un anello con una pietra preziosa che il Papa dovette ritenere eccessivamente vistosa, tanto da indossarlo tenendola ben nascosta verso l’interno della mano.
La sua povertà, come ogni virtù cristiana, si muove in due direzioni. Innanzitutto, è orientata al Dio che si è fatto povero, ed è offerta a Lui, come piccola – ma a volte non troppo – mortificazione. «Il lavoro unito al sacrificio vale anche di più», obiettò al medico che gli chiedesse come mai in tutto il Palazzo Apostolico vi fosse il condizionatore, ma non nelle stanze dove viveva e lavorava il Successore di Pietro. E poi, la seconda direzione: verso i fratelli. Che sono figli, per un Papa. E si tratta, per Pio XII, di figli che conoscono la povertà quella vera, quella della guerra e – non meno grave – quella del dopoguerra. Così, il Papa, per quanto possibile, non vuole che gli siano risparmiate quelle privazioni che i suoi figli conoscono bene. Durante la guerra, al tavolo del Papa non è servito il caffè, e non si accendono mai i riscaldamenti – perché i suoi figli non sanno più cosa sia il caffè e soffrono il freddo. E non si priva certo solo del caffè: bisogna guardare le foto che lo ritraggono negli ultimi anni della guerra per avere un’idea di quante privazioni si imponesse. Per molti anni, nonostante i consigli contrari del medico, il Papa rinuncia ai soggiorni a Castel Gandolfo, perché i suoi figli non possono permettersi vacanze. E chi gli sta vicino sa quanto Pio XII amasse la residenza di Castel Gandolfo. Bisogna pregarlo per fargli indossare una talare nuova, e la sua stanza da letto è quanto di più spoglio si possa immaginare: le foto che lo ritraggono sul letto di morte ne danno prova certa. Nel 1958, muore praticamente senza soldi; quelli che aveva erano stati già distribuiti ai poveri che ne facevano richiesta – come quando prese tutti i soldi in cassaforte per portarli a San Lorenzo, a Roma, nelle ore successive al bombardamento.
sanlorenzo
È la stessa povertà cui invita i suoi sacerdoti nel 1950: «Anche il Sacerdote, che non fa professione di povertà con particolare voto, deve essere sempre guidato dallo spirito e dall’amore di questa virtù; amore che deve dimostrare con la semplicità e la modestia del tenore di vita, dell’abitazione e nella generosità verso i poveri» (Menti Nostrae, 1950). Non è il caso si ricordare le attività di sollievo ai poveri che la Santa Sede mise in piedi, su impulso di Pio XII, durante la guerra; un’attività che Pio XII già curava personalmente ai tempi in cui era Nunzio Apostolico in Baviera, e poi a Berlino. Sono diverse le fonti che attestano la frenetica attività che, in tutto il pontificato di Pio XII, coinvolge il Magazzino Privato del Santo Padre. E, si sa, la voce della carità si diffonde presto; così, negli anni, cominciarono a bussare sempre più persone – come quando, in uno dei tanti episodi raccontati da Suor Pascalina, una vecchietta lo attendeva la mattina, all’angolo della strada, all’uscita dalla Nunziatura di Monaco, per chiedergli i soldi per la spesa. Il Nunzio, che non portava soldi con sé, la fece accomodare in casa, e non la lasciò andar via fino a quando la vecchietta non avesse preso dalla cucina tutto ciò di cui abbisognasse, offrendosi di aiutarla a portare i sacchetti a casa.
Commuovono e spaventano, pur nel linguaggio dell’epoca, le parole con cui, il 6 gennaio 1946, il Papa invitata tutti i suoi figli a soccorrere i bambini che si trovassero in condizioni di povertà. «Fra le sciagure senza numero prodotte dall’orribile conflagrazione, nessuna al Nostro cuore paterno reca una ferita più dolorosa di quella che si abbatte su una moltitudine di innocenti fanciulli, che a milioni, come Ci è riferito, privi delle cose necessarie alla vita, in molte nazioni cadono vittime del freddo, dell’inedia e delle malattie; e che spesso, abbandonati da tutti, non solo mancano di pane, di vestiti, di tetto, ma anche di quell’affetto, di cui la tenera età sente così vivo il bisogno». E poi l’appello alla responsabilità: «Coloro che sono di scarse possibilità economiche diano di gran cuore, tutto quello che possono; coloro poi che vivono nell’abbondanza e nel lusso, si ricordino bene che lo stato di miseria, di inedia e di nudità di tanti poveri bambini costituisce una severa e tremenda accusa presso il Dio delle misericordie, qualora dimostrino animo insensibile e fredda indifferenza, né prestino il loro generoso soccorso» (Quemadmodum, 1946).
Così, i poveri diventano per Pio XII il punto debole, cui mai sapeva dire di no – insieme ai bambini, e ai malati. Impressiona, scorrendo i messaggi del Papa ai malati, quante volte egli impieghi il termine “tenerezza”. E questa tenerezza non poteva che essere egualmente riservata anche ai piccoli e agli indigenti. Una certa patina ufficiale sembra farcelo dimenticare. Le immagini solenni in sedia gestatoria, con tiara e flambelli tradiscono un po’ l’immagine privata di Pio XII, ma soltanto perché l’uomo contemporaneo – così sofisticato – non riesce a tenere insieme tutto. Non che Pio XII disdegnasse la solennità dei riti. In quei riti – si può dire – la persona di Pacelli si dissolveva nella persona più grande del Papa, Vicario di Cristo. Quei riti erano, e sono, quasi un esercizio di mortificazione – nel senso etimologico –, perché insegnano a “non appartenersi”. Pio XII sapeva di non appartenersi: «Io appartengo tutto alla Santa Sede», amava dire – e quei riti, a volte così eccessivi, glielo ricordavano continuamente, e non gli impedivano, sceso dalla sedia gestatoria, di vivere la sua povertà, sulle orme di Cristo. «Dietro a lo sposo, sì la sposa piace» (Divina Commedia, Paradiso, Canto XI); e Pio XII non ambiva ad altro, che a piacere a questo Sposo.